Marcello Fois ha vinto il Campiello raccontando il Novecento
Con L’immensa distrazione, appena insignito del prestigioso premio letterario italiano, lo scrittore sardo voleva comporre un classico contemporaneo: c’è riuscito.
L’immensa distrazione, per farla breve, è la vita: l’unica distrazione dal pensiero della morte che ci aspetta alla fine del viaggio. Ma intendiamoci, il romanzo con cui Marcello Fois ha vinto sabato sera il Premio Campiello, tra i più prestigiosi della narrativa italiana, non è un libro di filosofia spicciola – non spiega certo come dovremmo vivere, o cose del genere. Però la vita la racconta, o meglio, ne racconta una intrecciata a molte altre, in un grande romanzo di impianto classico, qualsiasi cosa significhi (altro sull’argomento, poco più sotto).
Il protagonista è un uomo, un self-made man che è nato povero e muore molto ricco – e che noi troviamo all’inizio del libro proprio lì, appena morto. In quel momento, prima dell’abbandono definitivo, in un istante ripercorre tutta la sua vita, e noi con lui. È una storia che attraversa il Novecento, e che racconta – anche, ma non solo – come la grande Storia ricada sulle piccole storie del signor Ettore Manfredini e dei suoi familiari.
“L’immensa distrazione non ha montaggio – spiega Marcello Fois – è stato scritto in presa diretta, così com’è. Non ci sono spezzoni, tagli, è presente. Sono i 40, 50 secondi che passano tra l’arresto cardiaco e la morte cerebrale del protagonista. È un romanzo che dura 40 secondi, sostanzialmente”.
Il servizio della trasmissione radiofonica della RSI Alice.
RSI: Sarebbe bello poter ripercorrere la propria vita, nel momento della fine. È una fantasia che consola.
Marcello Fois: Non sono d’accordo. Sarebbe un atto consolatorio se uno potesse scegliersi i momenti… invece Ettore Manfredini non percorre la sua vita, ma anche quella di tutti coloro i quali gli sono stati vicini, e spesso riceve informazioni che lui non aveva desunto in vita. Ma non è lui che l’ha deciso, non lo fa a livello consolatorio, non lo fa per farsi perdonare.
Semplicemente, in questo spazio che sembra brevissimo, ma poi è immenso, Manfredini diventa una specie di narratore onnisciente, uno che sa di sé ma che sa anche di tutti quelli che l’hanno circondato. Sa i loro sogni. Ho provato a raccontare l’esperienza di morte che lo scrittore deve fare per inventare mondi altrui, per non essere più sé stesso, ma essere il suo personaggio, sua moglie, suo figlio, eccetera. Ettore Manfredini diventa lo scrittore, diventa anche un raccontatore del Novecento, si assume addosso tutte le metafore del caso: questo succede, in letteratura.
Lei è un grande ammiratore di Philip Roth. Il suo è un protagonista rothiano?
Certo, sì. Tra l’altro è anche citato, Philip Roth: il nipote Elio a un certo punto spiega al nonno che i libri se sono puntuali non hanno nessuna caratura: debbono essere in ritardo o in anticipo. Nel senso che il peggio che si possa dire di un libro è che attuale. Tra contemporaneo e attuale c’è davvero un oceano di differenza: contemporaneo vuol dire che il libro si assesta in rapporto al tempo che sta vivendo, attuale invece vuol dire che quando è finita l’umanità che ha a disposizione, il libro muore. Roth aveva un terrore panico della parola attuale… E del resto anche Majakovskij, quando doveva definire il classico, disse: occorre togliere l’attuale dal presente.
E lei, Marcello, ha puntato a scrivere un “classico”, sin dall’inizio.
Esattamente. Questo è il punto di non ritorno della domanda che io, nella mia carriera, mi sono fatto spesso: è possibile scrivere un classico contemporaneo? Oggi, si possono ancora scrivere i classici?
L’immensa distrazione è la storia di un uomo che attraversa il Novecento. Anzi, forse il protagonista è proprio il Novecento, che per noi è un secolo immensamente affascinante. È stato davvero il secolo breve o, al contrario, è il più lungo che abbiamo avuto? Perché non sembra ancora finito…
Non so se il Novecento sia di per sé un secolo più affascinante di altri. Il punto è che noi adesso abbiamo la distanza giusta per parlarne: la letteratura, dei tempi, ne parla quando c’è la distanza giusta, quando non è la cronaca, non è l’attuale, appunto. Credo che adesso sia il momento preciso per cominciare a sederci e parlare del Novecento. Direi che è proprio una questione di calendario, sostanzialmente.
In conformità con gli standard di JTI
Altri sviluppi: SWI swissinfo.ch certificato dalla Journalism Trust Initiative
Se volete segnalare errori fattuali, inviateci un’e-mail all’indirizzo tvsvizzera@swissinfo.ch.