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Lo Stato Islamico perde Abu Sayyaf ma conquista Ramadi

(Carta di Laura Canali)

Di Giorgio Cuscito (Limes)

Lo Stato Islamico ha conquistato la città a un centinaio di chilometri da Baghdad. Anche Palmira in Siria potrebbe cadere. Che valore ha l'eliminazione del jihadista responsabile del contrabbando di petrolio e gas.

Lo Stato IslamicoLink esterno (Is), l'organizzazione terroristica guidata da Abu Bakr al Baghdadi che si estende in parte della Siria e dell'Iraq, ha conseguito un importante risultato prendendo la città di RamadiLink esterno, nella provincia sunnita dell'Anbar, in Iraq. In Siria, dove da 4 anni è in corso una guerra civile tra il regime di Bashar al Asad e il variegato fronte dei ribelli, secondo il Syrian Observatory for Human Rights il gruppo jihadista avrebbe preso il controlloLink esterno di una parte della città di Palmira. Sempre in questo paese, gli Usa hanno uccisoLink esterno in un blitz della Delta Force Abu Sayyaf, che per il Pentagono era una figura chiave dello Stato Islamico. Analizziamo le conseguenze di questi eventi.

Ramadi cade…

La conquista di Ramadi, capoluogo dell'Anbar, rappresenta la più grande sconfitta subita da Baghdad e dalla coalizioneLink esterno anti-Is guidata dagli Usa dalla caduta di MosulLink esterno, nel giugno dello scorso anno. La città si trova in una posizione strategica, al centro del paese e a 110 chilometri da Baghdad.

Da mesi le forze irachene, con il sostegno dei raid aerei Usa, combattono i jihadisti nei pressi di Ramadi. Pochi giorni fa, una tempesta di sabbia ha impedito ai caccia americani di agire. Ciò ha fornito un vantaggio strategico all'Is e mostrato i limiti dell'intervento di Washington. Secondo le Nazioni UniteLink esterno, dopo l'attacco dei jihadisti circa 25 mila persone hanno lasciato Ramadi diretti verso Baghdad e negli scontri degli ultimi giorni ne sarebbero morte almeno 500Link esterno. Su decisione del primo ministro iracheno Haider al Abadi, tremila truppe dell'Unità di mobilizzazione popolare, una forza paramilitare sciita, si sono recateLink esterno nei pressi della città per aiutare l'Esercito iracheno a riprenderne il controllo. L'intervento di queste milizie è stato determinante per riconquistareLink esterno Tikrit lo scorso marzo.

Negli ultimi anni l'Iraq è stato segnato da forti tensioni tra i cittadini sunniti e il governo sciita guidato da Nouri al Maliki; ciò ha agevolato la penetrazione dell'Is. Da settembre al Maliki è stato sostituitoLink esterno da al Abadi, che ora ha l'obiettivo di riconciliare le due principali comunità irachene. Eppure alcuni sunniti considerano le milizie sciite una minaccia peggiore dello Stato Islamico. Il rischio è che la loro presenza possa dar luogo rapidamente a un conflitto di natura confessionale con le tribù dell'Anbar.

…Palmira forse

Secondo l'Osservatorio Siriano per i diritti umani (con base a Londra), l'Is avrebbe presoLink esterno il controllo di un terzo di Palmira. La città, il cui sito archeologicoLink esterno è stato dichiarato dall'Unesco Patrimonio dell'Umanità, si trova in una posizione strategica al centro della Siria, in prossimità dell'autostrada che biforcandosi raggiunge Homs e Damasco. Negli ultimi giorni nella città sarebbero morte circa 300 personeLink esterno. La guerra sta avendo delle ripercussioni sul patrimonio storico del paese: molti siti archeologici sono stati danneggiati e reperti di valore sono stati contrabbandati all'estero. Palmira potrebbe subire la medesima sorte.

Nei giorni che hanno preceduto l'attacco, l'Is ha divulgato un messaggio audioLink esterno che si presume sia di al Baghdadi. Nel discorso si esortano i musulmani di tutto il mondo a unirsi allo Stato Islamico e sono menzionati i raid condotti dall'Arabia Saudita in YemenLink esterno contro gli sciiti huti. Ciò significa che il messaggio è stato registrato almeno dopo il 26 marzo, giorno in cui sono cominciati i bombardamenti. Lo scorso aprile si era diffusa la notiziaLink esterno, non confermata dal Pentagono, secondo cui il sedicente califfo era stato ferito in un raid aereo Usa.

L'uccisione di Abu Sayyaf

Il 16 maggio, gli Stati Uniti hanno annunciatoLink esterno di aver ucciso in un blitz nell'Est della Siria Abu Sayyaf, il cui vero nomeLink esterno sarebbe Fathi Ben Awn Ben Jildi Murad al-Tunisi. Questi era responsabile del contrabbando di petrolio e del gas naturale, una delle attività criminali che riempiono le casse dello Stato Islamico (insieme a rapimenti, estorsioni e contrabbando di antichità), ma non la più redditizia. La moglie Umm Sayyaf (anche lei farebbe parte dell'Is) è stata arrestata ed è detenuta in Iraq dagli americani. Abu Sayyaf non era nella lista dei leader dello Stato Islamico su cui gli Usa avevano messo una taglia e alcuni analisti sollevano dubbiLink esterno sulla rilevanza del blitz. Ad ogni modo, visto che formalmente la missione era catturare il jihadista (per interrogarlo e cercare di ottenere maggiori informazioni sulla struttura organizzativa dell'Is), questa non può dirsi compiuta con successo.

Obama ha sottolineato in più occasioni di non avere intenzione di dispiegare truppe statunitensi contro lo Stato Islamico. Viene da chiedersiLink esterno se questa missione sia l'indizio di un parziale cambio di strategia (con un incremento di blitz mirati a catturare o eliminare jihadisti di spicco) o se invece si tratti di un'operazione isolata. Ad ogni modo un massiccio intervento di terra degli Usa sembra escluso.

Lo scorso venerdì il presidente americano ha incontratoLink esterno i membri del Consiglio della cooperazione del GolfoLink esterno per parlare dell'Iran - percepito da questi come la minaccia più grande alla loro sicurezza nazionale - e dei negoziati sul nucleare tra i P5+1Link esterno e la Repubblica Islamica. Ad aprile sulla questione è stato raggiunto un accordo quadroLink esterno, cui potrebbe seguire quello definitivo entro il 30 giugno. I paesi arabi vorrebbero che Washington assumesse un ruolo più attivo in Siria e rovesciasse il regime di Asad. L'inquilino della Casa Bianca ha detto che "probabilmente" la guerra in questo paese non terminerà prima della fine del suo mandato e ha ribadito la sua riluttanza a intervenire direttamente nel conflitto. Una simile azione potrebbe compromettere i rapporti con l'Iran e i negoziati sul nucleare, visto che il regime di Damasco è alleato di Teheran, con cui condivide la matrice sciita. La conclusione di un accordo con la l'Iran avrebbe un peso decisivo sugli equilibri regionali (in particolare per l'antagonismo tra la Repubblica Islamica e l'Arabia SauditaLink esterno e per Israele). Inoltre, potrebbe essere il più importante risultato raggiunto da Obama in politica estera come presidente. Per questi motivi, un cambio di strategia da parte degli Usa in Siria e in Iraq è improbabile. Perlomeno fino al 30 giugno.

Per approfondire: Le sfide che ci lancia lo Stato IslamicoLink esterno

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