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Le debolezze della coalizione contro lo Stato Islamico in Iraq e Siria

(carta di Laura Canali)

di Giorgio Cuscito (Limes)

Gli attacchi aerei da parte degli Usa e dei suoi partner s’intensificano in entrambi i paesi, ma i diversi interessi degli attori coinvolti e la situazione sul terreno indeboliscono l’offensiva contro l’Is.

L'offensiva della coalizioneLink esterno guidata dagli Stati Uniti contro i jihadisti dello "Stato Islamico" (Is, ex Isis, Islamic State of Iraq and Syria), si è estesa dall'Iraq alla Siria. L'obiettivo dell'Is è creare un califfatoLink esterno in Medio Oriente.

In Siria sono stati lanciatiLink esterno almeno 43 attacchi aereiLink esterno, mentre in Iraq, dove i raid sono cominciati lo scorso agosto, hanno superato i 200. Missili statunitensi hanno preso di mira anche il gruppo qaidista KhorasanLink esterno, che secondo la Casa Bianca starebbe organizzando degli attentatiLink esterno contro obiettivi occidentali.

SecondoLink esterno il generale Usa Martin Dempsey, capo dello stato maggiore congiuntoLink esterno (il militare più alto in grado negli Stati Uniti), i raid aerei condotti in Siria hanno provocato qui l'interruzione dell'attività di comando, controllo e logistiche dell'Is. In particolare, la zona di Raqqa nel Nord del paese pare non essere più un rifugio sicuro per i jihadisti. Nonostante ciò, l'Is è impegnato nell'attacco a KobaniLink esterno, città siriana a maggioranza curda al confine con la Turchia.

Pare inoltre, che i jihadisti stiano cambiando tatticaLink esterno, muovendosi con le motociclette, piuttosto che a bordo di carrarmati organizzati in convogli, e piantando bandiere nere dello Stato Islamico su edifici pubblici vuoti per confondere i nemici e sfuggire ai raid.

La coalizione anti-Is coinvolge in misura diversa paesi sia arabi sia occidentali ed è appoggiata dalla Lega Araba, l'Ue e la Nato. Tuttavia, solo alcuni Stati in questo momento sono impegnati nei raid in Siria e in Iraq. I due fronti, inoltre, presentano notevoli differenze in termini di attori coinvolti, motivazioni politiche, obiettivi strategici e situazione sul terreno. Eppure il confine tra i due paesi è ormai inesistente e il nemico da combattere è il medesimo.

Chi colpisce, dove e perché

Al momento, Usa, Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi, Bahrain e Qatar sono gli Stati impegnati nei raid in Siria, dove è ancora in corso la guerra civile tra i ribelli e il regime di Bashar al Asad, che da marzo 2011 ha provocato la morteLink esterno di oltre 191 mila persone. I paesi arabi della coalizione – i cui governi sono sunniti - intendono soffocare la minaccia jihadista consentendo ai "ribelli moderati" di opporsi con maggior forza al regime sciita di Damasco. Non è da escludere che questi Stati facciano pressione su Washington per estendere il mandato della coalizione per prendere di mira Asad.

Francia, Olanda, Regno UnitoLink esterno, Australia, Danimarca e Belgio stanno intervenendo al fianco degli Usa (o sono pronti a farlo) solo in Iraq. Questi paesi temono che i circa tremila europeiLink esterno (tra cui decine di italianiLink esterno)che fanno parte dell'Is tornino nel Vecchio Continente per sferrare attentati Senza contare le preoccupazioni per i sequestri e le uccisioni di cittadini occidentali da parte dell'Is. I governi di questi Stati non hanno avuto grossi problemi a ottenere l'approvazione per intervenire a sostegno di Baghdad - che ha chiesto esplicitamente aiuto. Più difficile, invece, sarebbe assicurarsi il consenso a un attacco unilaterale all'Is in Siria, dove c'è il rischio di aiutare indirettamente Asad.

Gli indecisi

La Turchia potrebbe mandare a breveLink esterno truppe sia in Iraq sia in Siria. In questi anni proprio attraverso il confine turco-siriano sono transitati petrolio di contrabbando, armi e guerriglieri di tutto il mondo che si sono arruolati nelle tante milizie (tra cui quelle qaidiste e l'Is stesso) che combattono Asad. Fino a oggi la Turchia, antagonista del regime di Damasco, aveva esercitato dei controlli piuttosto blandi per consentire ai profughi di fuggire dalla guerra civile e favorire l'accesso a chi volesse unirsi ai ribelli. Lo sventolio delle bandiere nere dell'Is in prossimità dei suoi confini sta convincendo Ankara a intervenire.

L'Iran non fa parte della coalizione e pur avendo fornitoLink esterno supporto ai curdi in Iraq al momento non intende intervenire in Siria. L'Is costituisce una minaccia anche per la Repubblica Islamica ma Teheran e Damasco sono alleate, unite dalla comune matrice sciita. Perciò il presidente iraniano Hassan Rohani non vuole appoggiare l'intervento unilaterale degli Usa in territorio siriano. Le relazioni tra Stati Uniti e Iran sono in fase di disgelo, ma i negoziati in corso sul nucleare – che dureranno almeno fino a novembre – rendono il loro rapporto piuttosto delicato. Durante il discorsoLink esterno all'assemblea generale delle Nazioni Unite, Rohani ha criticato l'Occidente, sottolineando che i suoi "errori strategici" in Medio Oriente, Asia Centrale e Caucaso hanno trasformato queste regioni in rifugi sicuri per gli estremisti e i terroristi. Il presidente iraniano ha lasciato intendere che nessuna cooperazione nell'ambito della sicurezza con l'Occidente sarà possibile finché non saranno eliminate le sanzioni contro Teheran.

Obiettivi diversi in teatri diversi

Anche sul piano strategico vi sono alcune differenze tra i due fronti. In Iraq i raid sembrano avere maggior successo perché basati anche sull'intelligence di Baghdad e coordinati con le operazioni di terra dell'esercito locale e dei peshmerga (le forze di sicurezza curde). In più, qui si è formato da poco il nuovo governoLink esterno guidato dal primo ministro Haider al Abadi. La tensione tra la comunità sunnita e il governo sciita del suo predecessore Nouri al Maliki è uno dei fattori che ha consentito la penetrazione dell'Is in Iraq.

In Siria, invece, gli attacchi aerei puntano alla distruzione di strutture nevralgiche controllate dallo Stato Islamico come centri di comando, raffinerie, punti d'approvvigionamento eccetera. Sul terreno, la coalizione conta solo sulla poco affidabile "opposizione moderata" al regime, che Washington sostiene in maniera limitataLink esterno, rischiando di prolungare la guerra civile siriana.

Le diverse tipologie d'intervento e di attori coinvolti nei due teatri lasciano trasparire una spaccatura tra i paesi arabi, che vogliono anche rovesciare Asad, e quelli occidentali, la cui priorità in questo momento è fermare l'avanzata dell'Is. Un obiettivo, quest'ultimo, difficilmente raggiungibile se non si estende la missione anche al territorio siriano.

La scarsa coesione sul piano politico e strategico all'interno della coalizione potrebbe rendere poco efficace l'offensiva contro l'Is, allungando i tempi dell'intervento. Alcuni analisti ritengono che i bombardamenti potrebbero non essere sufficienti a distruggere lo Stato Islamico e che sarebbe necessarioLink esterno un intervento di terra. Questa opzione è stata più volteLink esterno scartata da Obama, ma non è da escludere che l'evolversi della situazione sul terreno non lo spinga a cambiare idea.

Per approfondire: Le maschere del califfoLink esterno

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