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La riconquista di Palmira e il balletto diplomatico siriano

(tvsvizzera)

di Dario Fabbri

La situazione siriana appare in dinamico divenire. Tanto sul campo di battaglia quanto a livello diplomatico. Con le varie fazioni autoctone e le principali potenze esterne impegnate in questa fase ad accrescere il loro margine di manovra e ad ottenere maggiori concessioni. Specie Russia, Stati Uniti, Turchia e Arabia Saudita. Sul terreno, quanto sullo scacchiere internazionale. Eppure il conflitto non si concluderà a breve.

Negli ultimi giorni ad incidere sugli eventi sono stati l'annunciato (parziale) ritiro russo e la conquista di Palmira da parte delle truppe lealiste. La mossa di Putin, ancorché non definitiva e comunicata in precedenza agli alleati siriano ed iraniano, dovrebbe convincere anzitutto gli Stati Uniti delle buone intenzioni russe e della volontà di giungere ad un compromesso diplomatico. Gli obiettivi principali dell'azione di Mosca sono sempre stati il puntellamento del regime baathista e la possibilità di guadagnare in Siria abbastanza credibilità da spendere nel negoziato relativo all'Ucraina, l'unico dossier ritenuto realmente strategico dal Cremlino. Così, ottenuta la sopravvivenza di al-Assad, ora la Russia segnala al suo principale interlocutore di voler riscuotere sul fronte europeo il credito acquisito in Medioriente, giacché da tempo Washington considera Damasco il male minore e Putin sa d'aver svolto il lavoro sporco anche per gli americani.

In tale ottica si inserisce la riconquista del sito archeologico di Palmira, strappato ai miliziani dello Stato Islamico. Consapevole dell'effetto scenografico che una tale operazione avrebbe avuto sull'opinione pubblica internazionale, Mosca ha contribuito massicciamente alle operazioni militari condotte sul terreno dall'esercito regolare siriano con il supporto delle milizie arabo-sciite ed iraniane. Posta in posizione strategica, Palmira riveste un notevole peso militare, ma è soprattutto il suo valore culturale ad aver indotto russi e baathisti a privilegiarne la liberazione. Difficile, secondo i calcoli del Cremlino e di Damasco, negare ora il loro genuino impegno contro l'internazionale jihadista e in favore del patrimonio archeologico. Si spiegano così le dichiarazioni di Alexey Pushkov, presidente della commissione della Duma per gli affari esteri, che ha invitato la Casa Bianca a ringraziare la Russia. E quelle del ministro degli Esteri siriano, Walid Muallem, per cui al-Assad sarebbe pronto a partecipare alla coalizione anti-terrorismo.

Gli americani non paiono però disposti ad allentare la pressione esercitata su Mosca, specie in Ucraina. Così, per ragioni di immagine e coerenza, non intendono accogliere il regime di Damasco nel gruppo dei volenterosi (blandamente) impegnati contro il Califfato. Peraltro Turchia e Arabia Saudita, partner storici degli Stati Uniti, che pretendono il rovesciamento di al-Assad, di fatto impediscono ad Obama di effettuare laute concessioni.

Nelle prossime settimane probabilmente lealisti, russi e la coalizione a guida americana proseguiranno l'azione militare ai danni dello Stato Islamico, che lentamente perde terreno. Allo stesso modo dietro le quinte continueranno i colloqui tra le parti per immaginare un futuro assetto del paese che preveda l'accresciuto status politico di sunniti e curdi. Tuttavia, malgrado i balletti diplomatici, una soluzione definitiva alla crisi pare ancora lontana.

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