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La piattaforma petrolifera della Cina riapre la disputa con il Vietnam



Carta di Laura Canali (clicca per l'integrale)

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(Limes)

Di Giorgio Cuscito (Limes)

Pechino ha posizionato la struttura in prossimità delle isole Paracel, nella Zona economica esclusiva controllata da Hanoi, che chiede con scarsi risultati l’appoggio dell’Asean. L’assertività dell’Impero del Centro rafforza il Pivot to Asia degli Usa.

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Mercoledì 7 maggio la Repubblica popolare cinese (Prc) ha dato ufficialmente il viaLink esterno alle attività di perforazione di una piattaforma petrolifera in prossimità delle isole Paracel (Hoang Sa per i vietnamiti, Xisha per i cinesi), nel Mar Cinese Meridionale. Pechino ha comunicato che le operazioni termineranno il 5 agosto. L'arcipelago, i cui fondali circostanti si ritiene siano ricchi di gas e petrolio, è conteso tra Cina, Vietnam e Taiwan. Il governo di Hanoi ha chiesto energicamente alla Prc di ritirare la piattaforma. Secondo il Vietnam, le navi cinesi (80 tra marina e guardia costiera) schierate a difesa della struttura hanno speronato quelle vietnamite accorse nell'area (secondo la CinaLink esterno 36), ferendo 6 persone a bordo e danneggiando le imbarcazioni. Un videoLink esterno pubblicato su YouTube testimonierebbe l'accaduto. Alcune immaginiLink esterno testimoniano che le pattuglie cinesi si sono servite anche di cannoni ad acqua per allontanare i vietnamiti. Il governo cineseLink esterno sostiene che sono le sue unità ad essere state speronate, per ben 171 volte.

Pechino ha posizionato la piattaforma circa due settimane dopo il tour asiaticoLink esterno del presidente Usa Barack Obama volto al consolidamento del pivot to Asia, la strategia di contenimentoLink esterno militare ed economico della Cina in Estremo Oriente.

Le posizioni di Hanoi e Pechino

La piattaforma Hd 981Link esterno, di proprietà della China national offshore oil corporation (Cnooc), è costata 952 milioni di dollari. E' in grado di operare in mare aperto ad una profondità massima di 3 mila metri e di perforare fino a 12 mila metri. Questa è la prima volta che un'azienda cinese conduce da sola un'attività di perforazione in mare aperto. Pechino ha comunicato che le operazioni termineranno il 5 agosto.

Il 6 maggio, il vice primo ministro e ministro degli Esteri vietnamita Pham Binh Minh ha chiestoLink esterno telefonicamente al consigliere di Stato cinese Yang Jiechi di ritirare immediatamente dall'aerea la piattaforma e le navi che le fanno da scorta. Il Vietnam afferma che la struttura cinese si trova a 130 miglia nautiche dalla linea di costa, all'interno della piattaforma continentaleLink esterno e della Zona economica esclusivaLink esterno (Zee) di suo dominio. Secondo la convenzione Onu sul diritto del mare (UnclosLink esterno), la Zee può raggiungere un'estensione massima di 200 miglia nautiche e garantisce allo Stato costiero che la proclama un serie di diritti tra cui quelli di esclusività in materia di esplorazione, sfruttamento, conservazione e gestione delle risorse naturali.

La Cina respingeLink esterno la posizione del Vietnam, sottolineando che la piattaforma si trova a 17 miglia nautiche da Triton, una delle isole dell'arcipelago delle Paracel che Pechino ha occupato nel 1974. Quell'anno, la Cina ha sconfitto il Vietnam del Sud nella prima schermaglia navale sino-vietnamita per il controllo del Mar Cinese Meridionale. Cinque anni dopoLink esterno, la Repubblica popolare cinese e la Repubblica socialista del Vietnam si sono fronteggiate in una guerra di confine durata circa tre settimane. Nel 1988 Pechino e Hanoi si sono scontrate nuovamente in una battaglia navale a largo delle Spratly. Nel 1991 le relazioni tra i due paesi si sono normalizzate. Il governo cinese ha cominciato a reclamare i diritti sulle Paracel negli anni 2000, quando ha assunto una postura marittima più aggressiva. Nel 2012, Pechino ha creatoLink esterno la prefettura di Sansha (provincia di Hainan), che amministra formalmente questo arcipelago, le Spratly e il Macclesfield Bank. Per questi motivi, la Cina afferma che la perforazione sta avvenendo in un'area "non contesa" e che le (presunte) aggressioni delle pattuglie vietnamite rappresentano una seria violazione del diritto internazionale e della sua sovranità.

Usa e Asean poco convinti

Il 10 e 11 maggio, a Nay Pyi Taw, in Myanmar, durante il summit dell'Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (AseanLink esterno, di cui la Cina non fa parte), i ministri degli Esteri degli Stati membri hanno manifestatoLink esterno la loro preoccupazione per la contesa tra Vietnam e Cina. Tuttavia, si sono limitati a invitare "le parti interessate" a risolvere il problema pacificamente, senza menzionare esplicitamente Pechino, Hanoi e la piattaforma petrolifera. Il problema non è stato affatto citato dal presidente del Myanmar Thein Sein durante il discorso di aperturaLink esterno dell'evento. Il primo ministro vietnamita Nguyen Tan Dung ha chiesto ai paesi dell'Asean e alle altre nazioni di sostenere le richieste "legali e legittime" del Vietnam. Negli ultimi anni, l'organizzazione non è stata in grado di raggiungere una posizione comune in merito alle contese marittime con la Cina, leader economico della regione. Il summit di Nay Pyi Taw sembra confermare le incertezze dei membri dell'Asean nei rapporti con Pechino.

Anche la reazione degli Usa è stata poco incisiva. La portavoce del dipartimento di Stato Usa Jen Psaki ha definitoLink esterno "provocatoria" l'installazione della piattaforma e "non utile al mantenimento della pace e della stabilità nella regione".

Creare un precedente

La Cina è alla continua ricerca di risorse energetiche per alimentare la propria crescita economica. Secondo l'agenzia di stampa XinhuaLink esterno, i fondali del Mar Cinese Meridionale contengono dai 23 ai 30 miliardi di tonnellate di petrolio e 16 trilioni di metri cubi di gas naturale. Inoltre, in queste acque passano le principali rotte del commercio internazionale dirette in Cina. Per Pechino, estendere il più possibile i propri confini marittimi significa anche tutelare i propri traffici.

Collocando la piattaforma vicino alle Paracel, la Cina vuole testare la soglia di tolleranza dei paesi asiatici alla sua crescente assertività. Qualora il Vietnam accettasse la mossa del governo cinese, si generebbe un precedente preoccupante per gli altri paesi dell'Asia Pacifico che si contendono porzioni di mare con l'Impero del Centro.

Lo scorso novembre, Pechino ha intrapreso un'azione simile creando la sua Zona d'identificazione per la difesa aereaLink esterno, in inglese Air defense identification zone (Adiz) nel Mar Cinese Orientale. L'Adiz cinese si sovrappone in parte a quella del Giappone e copre le isole Diaoyu/Senkaku, contese da Tokyo e Pechino. Dopo pochi giorni, aerei militari statunitensi, giapponesi e coreani sono transitati incolumi nella zona senza rispettare gli obblighi cinesi. Anche se ancora in vigore, la creazione dell'Adiz ha dimostrato i limiti dell'assertività cinese in relazione all'alleanza Washington-Tokyo nel Mar Cinese Orientale.

In quello Meridionale (dove gli Usa hanno ancora molto da fare per rafforzare il proprio ruolo e l'Asean è poco coesa) Pechino ritiene di poter sfruttare più facilmente la sua forza militare ed economica.

La strategia della Cina è semplice: consolidare la presenza dove già ha un controllo effettivo - come nelle Paracel – per poi estenderlo de facto alle isole dove questo è meno forte, come nelle SpratlyLink esterno. Tale metodo potrebbe essere controproducente. Infatti, l'assertività cinese alimenta la tensione con i paesi dell'Asia Pacifico e contribuisce a rafforzare il Pivot to Asia degli Stati Uniti. Si pensi, per esempio, all'accordo decennale di difesaLink esterno che Barack Obama ha firmato con il presidente filippino Benigno Aquino due settimane fa. Manila è uno dei governi che più teme l'aggressività marittima cinese.

Le alternative del Vietnam

La Cina, oltre a essere superiore militarmente al Vietnam, è anche il suo più grande partner commercialeLink esterno. Nel 2013 l'interscambio tra i due paesi è stato superiore ai 50 miliardi di dollari e nel 2015 dovrebbe raggiungere i 60.

Per questi motivi, dialogare è nell'interesse di entrambi. Qualora i due paesi non riuscissero a trovare una soluzione bilaterale, il Vietnam potrebbe seguire l'esempio delle Filippine, che recentemente si sono rivolte all'Onu per risolvere mediante arbitrato le controversie con la Cina. Tuttavia, Pechino potrebbe rifiutarsi di partecipare al procedimento, come ha già fatto con Manila.

A quel punto, Hanoi avrebbe due possibilità: accettare l'assertività dell'Impero del Centro oppure mostrare maggiore aggressività nelle acque contese, incrementando la possibilità di nuove schermaglie. Considerati i precedenti storici, la seconda opzione non è da escludere.

Per approfondire: Il viaggio in Asia di Obama è riuscito a metàLink esterno

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