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La Cina di Xi Jinping e le lezioni della prima guerra sino-giapponese

(Carta di Laura Canali)

di Giorgio Cuscito (Limes)

Nell'ultimo anno, le relazioni tra Cina e Giappone hanno subito un notevole peggioramento a causa di tre episodi. Il primo è la creazione da parte di Pechino, lo scorso novembre, della Zona d'identificazione per la difesa aereaLink esterno (Adiz) nel Mar Cinese Orientale, tra Corea del Sud, Giappone e Taiwan. Qualunque velivolo transiti in questa zona è obbligato a dichiarare la provenienza e il piano di volo alle autorità cinesi. In caso contrario, le Forze armate cinesi "adotteranno le misure difensive d'emergenza"[1]. La zona cinese (la cui creazione è legittimaLink esterno) si sovrappone a quella giapponese, realizzata nel 1968. Entrambe coprono lo spazio aereo sopra le isole Senkaku/Diaoyu. Il gesto di Pechino ha provocato l'immediata reazione di Usa, Giappone e Corea del Sud, che hanno mandato in avanscoperta i rispettivi caccia nella zona senza rispettare le direttive cinesi. Pechino non ha reagito, rivelando il bluff.

Il secondo episodio, che risale a dicembre, è la visita del primo ministro giapponese Shinzo Abe al santuario shintoista Yasukuni, dedicato ai soldati nipponici caduti in battaglia. Questi includono quattordici criminali di guerra. L'ultimo politico a visitare il santuario era stato il suo predecessore Junichiro Koizumi nel 2006. Pechino non ha gradito il gesto di Abe a causa delle atrocità compiute dai giapponesi a danno del suo popolo durante la prima metà del Ventesimo secolo. Il loro simbolo è il massacro di Nanchino del 1937 in cui, secondo il governo cineseLink esterno, sono morte 300 mila persone; 200 mila secondo TokyoLink esterno. Lo scorso aprile, anche il ministro degli Interni giapponese Yoshitaka Shindo ha visitato il santuario.

Il terzo episodio si è verificato durante il World Economic Forum 2014, tenutosi a gennaio a Davos, in Svizzera. Qui, il premier Abe ha paragonato l'attuale rapporto tra Cina e Giappone a quello tra Germania e Inghilterra nel periodo antecedente la Prima Guerra Mondiale. Il suo obiettivo era evidenziare la pericolosa assertività cinese in Asia-Pacifico.

L'aumento della tensione tra i due paesi ha avuto conseguenze evidenti sul piano sociale ed economico. Secondo un sondaggio del Pew Research CenterLink esterno, il 96% dei giapponesi considera la crescita militare della Cina una minaccia. L'82% ritiene che le dispute territoriali siano un grande problema. Il 6% dei cinesi avrebbe un'opinione positiva dei giapponesi, il 78% ritiene che il Giappone non si sia scusato a sufficienza per i crimini di guerra commessi tra il 1930 e il 1940.

Nel frattempo, l'interscambio commercialeLink esterno tra i due paesi è sceso del 10,8% (147,3 miliardi dollari) nella prima metà del 2013 (il primo calo in quattro anni), e gli investimenti giapponesi in Cina sono diminuiti del 31%. Malgrado ciò, Tokyo e Pechino stanno negoziando con la Corea del Sud la realizzazione di un accordo di libero scambio. Del resto, si tratta di affari. Come ha affermatoLink esterno lo stesso Abe "la crescita della Cina è un'opportunità per il Giappone e per il resto del mondo" […] "la Cina è il più grande partner commerciale del Giappone, economicamente siamo inseparabili".

La contesa per le isole Senkaku/Diaoyu è oggi l'argomento più sensibile nelle relazioni sino-giapponesi. Ciò non dipende solo dalla possibile presenza di petrolio nelle loro profondità marine. L'arcipelago è il simbolo dell'umiliante sconfitta subita dalla Cina centoventi anni fa (1894-1895), durante la prima guerra sino-giapponese. Quel conflitto e la Grande guerra – vent'anni dopo – hanno rappresentato un punto di svolta nella storia di questo paese.

Le origini del conflitto

Alla fine del Diciannovesimo secolo, l'impero cinese si percepisce ancora "al centro" del mondo, in virtù della sua superiorità culturale. I giapponesi - che nei secoli prima hanno subito la forte influenza dei "celesti" – sono diventati un popolo fiero della propria purezza razziale, che patisce la presenza di un vicino più forte e più grande. Lo status quo è interrotto dall'avanzata in Oriente delle potenze occidentali, superiori militarmente ed economicamente. I funzionari mandarini, ignorando l'arretratezza delle proprie istituzioni, si rifiutano di riformarle seguendo l'esempio dei "barbari" provenienti da Ovest. Per loro significherebbe rinunciare agli insegnamenti confuciani. Questa convinzione segna il declino dell'Impero del Centro. Le Guerre dell'OppioLink esterno (1839-42 e 1856-60) tra la dinastia Qing e la Gran Bretagna terminano con la sconfitta cinese. I trattati di Nanchino e Tianjin obbligano i "celesti" ad accettare condizioni economiche umilianti, che presto gli sono imposte anche da Francia, Russia e Stati Uniti. Nel frattempo, il Giappone assimila la tecnologia occidentale e modernizza le proprie istituzioni: nel 1868, inizia il rinnovamento Meiji. Con la Cina in difficoltà, il Paese del Sol Levante punta al ruolo di prima potenza asiatica.

La prima guerra sino-giapponese si svolge tra il 1894 e il 1895 in Corea, all'epoca Stato tributario di Pechino. I cinesi sono chiamati a intervenire nella penisola per sopprimere una ribellione. Anche il Giappone partecipa alla spedizione. Entrambi considerano geostrategicamente fondamentale il controllo della penisola. Per i nipponici la Corea è "un coltello puntato verso il cuore" del proprio paese. Allo stesso modo, per i Qing la penisola è una testa di ponte di cui i nemici potrebbero servirsi per invadere l'Impero del Centro. Per questo, sedata la ribellione, entrambi gli eserciti restano sul territorio coreano e la situazione precipita. La Cina è sconfitta per terra e per mareLink esterno. Non c'è confronto tra la moderna marina giapponese e quella cinese. La colpa è anche dell'imperatrice vedova Cixi, che ha preferito spendere i fondi destinati al rinnovamento della flotta per restaurare il palazzo d'Estate a Pechino. Sconfitti in Corea, i cinesi si ritirano e rafforzano il controllo ai confini. L'esercito giapponese entra in Manciuria, vince nella penisola dello Shandong e del Liaoning. Prima che sia troppo tardi, la Cina chiede la pace.

Il prezzo è alto. Con il trattato di Shimonoseki (17 aprile 1895), i Qing rinunciano al controllo della Corea, cedono l'isola di Taiwan, le Pescadores e la penisola del Liaodong, inclusi i porti di Lushun (Port Arthur) e Dalian. In più, sono costretti a pagare un'ingente indennità di guerra.

Quell'anno, il Giappone prende anche le isole Senkaku/Diaoyu. Oggi Pechino afferma di averle scoperteLink esterno e chiamate Diaoyu almeno nel 1403, che i Ming (1368-1644) le hanno incluse nella linea di difesa della costa e che i Qing (1644-1911) hanno assegnato il loro controllo alla prefettura di Taiwan. Il Giappone le avrebbe prima occupate illegalmente e poi ottenute ufficialmente dalla Cina insieme all'isola di Formosa. Tokyo, invece, sostieneLink esterno di aver annesso le isole come terraenullius (terra che non appartiene a nessuno, ndr) nel gennaio 1895, prima del trattato di Shimonoseki (aprile dello stesso anno). Poi avrebbero fatto parte in maniera permanente dell'arcipelago Nansei Shoto. Da qui ha origine la storica contesaLink esterno per l'arcipelago.

Poco dopo la firma del trattato di pace, i nipponici restituiscono ai cinesi la penisola del Liaodong su pressione di Germania, Francia e soprattutto Russia, la quale ne assume in poco tempo il controllo. L'episodio innescherà la guerra russo-giapponese del 1904-1905, vinta dall'Impero nipponico.

La Cina è segnata dalle rivolte interne. La più importante è quella dei BoxersLink esterno, che protestano contro la politica imperialista straniera (1898-1901). L'Imperatrice Cixi si schiera con i rivoltosi per timore che questi prendano di mira i Qing. Il Giappone e le potenze europee (Italia inclusa) sedano la rivolta e si danno al saccheggio. Pur salvaguardando formalmente la sovranità dei Qing, ciascun paese sviluppa la propria area d'influenza. La rivoluzione XinhaiLink esterno (1911) obbliga il sovrano Puyi ad abdicare, ponendo fine all'epoca imperiale. Nasce la Repubblica di Cina e Sun Yat-senLink esterno, considerato il padre della Cina moderna, diventa presidente. Poi lascia il potere al comandante Yuan Shikai.

Nel 1914, il Giappone entra in guerra contro la Germania per conquistare i possedimenti tedeschi in Cina. Nel 1915, invia a Pechino le "ventuno richiesteLink esterno", le condizioni che l'Impero del Centro deve accettare per non entrare in guerra con il Paese del Sol Levante. L'ultimatum include la cessione ai nipponici dello Shandong, del Sud della Manciuria, lo sfruttamento delle miniere di ferro nella Cina centrale e l'impiego di consiglieri giapponesi nelle alte istituzioni militari e amministrative cinesi. L'ultima condizione trasformerebbe il paese in un protettorato giapponese. Grazie all'appoggio statunitense, Pechino firma una versione breve del documento che esclude questa richiesta. Il Giappone ottiene meno di quello che si aspettava. In più, attira le critiche delle potenze occidentali e l'odio dei cinesi. In quegli anni, i nipponici si preoccupano di appropriarsi delle materie prime (vedi carbone e ferro) dell'Impero del Centro [3]. Nel 1916, Yuan Shikai fallisce nel tentativo di fondare una nuova dinastia imperiale e il potere cade nelle mani dei governatori militari e dei signori della guerra. Pechino stenta a tenere il controllo del paese. Nel 1917, la Cina entra in guerraLink esterno contro la Germania, convinta che, sedendosi al tavolo dei vincitori al termine del conflitto, potrebbe riprendersi lo Shandong.

La pace di Versailles (1919) ha un esito deludente. La penisola è consegnata ufficialmente al Giappone e la delegazione cinese, furiosa, abbandona Parigi senza firmare l'accordo. A Pechino il 4 maggio, gli studenti scendono in piazza contro la debole risposta del governo alle ingiustizie subite dall'Occidente e dal Giappone. Proteste scoppiano in tutto il paese. Tra i leader del "movimento del 4 maggio" emerge il giovane Mao Zedong, che diventerà il "Grande timoniere" della Repubblica popolare cinese.

Come non perdere il mandato celeste

A 120 anni dal trattato di Shimonoseki, il quotidiano cinese Cankao Xiaoxi ha pubblicato un dossier di trenta articoli realizzato da membri di alto livello dell'Epl su "cosa può imparare la Cina dalla propria sconfitta" nella prima guerra sino-giapponese. Il documento, sintetizzatoLink esterno dall'agenzia di stampa Xinhua, identifica i quattro motivi che hanno condotto alla disfatta cinese. Questi hanno numerosi punti di contatto con la strategia politica del presidente Xi Jinping.

Il primo è l'obsolescenza delle istituzioni imperiali. "La vittoria del Giappone ha dimostrato che l'occidentalizzazione, il rinnovamento Meiji, era il percorso giusto, nonostante la tendenza militarista", afferma Xinhua. Non a caso, la Cina da trent'anni è impegnata nel processo di modernizzazione. L'ultimo grande progetto di riformaLink esterno, presentato lo scorso novembre al terzo plenumLink esterno del Partito comunista cinese (Pcc), prevede profondi cambiamenti economici e sociali, tra cui l'abolizione progressiva della legge del figlio unico, dell'hukouLink esterno (il sistema di registrazione di residenza) e un grande piano di urbanizzazione.

Il secondo è la corruzione. Il generale Jin Yinan, stratega dell'Università della difesa nazionale dell'Esercito popolare di liberazione (Epl), afferma che all'epoca la flotta di Beiyang aveva tutto l'equipaggiamento necessario per vincere durante la prima guerra sino-giapponese. Tuttavia, il periodo di pace prima del conflitto aveva permesso il diffondersi del malcostume. L'argomento è particolarmente importante per Xi, che ha lanciato una grande campagna per epurare i funzionari del Pcc e dell'EplLink esterno responsabili di corruzione e abuso di potere. Il presidente cinese ha colto l'occasione per sbaragliare i suoi avversari e consolidare il potere.

Il terzo motivo è la scarsa conoscenza della strategia marittima. Da quando le potenze occidentali e il Giappone hanno invaso il paese via mare, la Cina ha compreso che la costa Est (lunga più di 14 mila chilometri) è il suo punto più vulnerabile, militarmente ed economicamente. "La sicurezza dello Stato non può essere assicurata se i diritti marittimi non sono salvaguardati", afferma Ding Yiping, vicecomandante della Marina dell'Epl. Per questo, secondo Xi Jinping, la Cina deve diventareLink esterno una potenza navale. Nel 2014, Pechino ha annunciato che il budget militareLink esterno per il 2014 è pari a 132 miliardi di dollari, il 12% in più rispetto all'anno precedente. Eppure l'Impero del Centro non può ancora competere con gli Stati Uniti, le cui spese militari rappresentanoLink esterno quasi il 40% di quelle mondiali.

Infine, il quarto motivo è l'aver sottovalutato il militarismo del Giappone. Un errore che la Cina non intende commettere un'altra volta. La costituzione nipponicaLink esterno - redatta sotto il controllo alleato nel 1946 - prevede la rinuncia alla guerra come mezzo di risoluzione delle controversie con altri Stati. Le Forze armate hanno solo funzione di autodifesa. Il premier Abe intende rimuovereLink esterno tale limite entro il 2020. Tale mossa favorirebbe la strategia di contenimento della CinaLink esterno, formulata da Washington per ostacolare l'ascesa militare ed economica di Pechino. Nel frattempo, per dare un "contributo proattivo alla pace" (e rispondere all'assertività cinese), Tokyo ha introdotto un organo simile al National security council Usa e formulato per la prima volta una strategia di sicurezza nazionaleLink esterno. Nel 2013 il budget militare nipponico ha raggiunto circa 46 miliardi di dollari, il primo aumento (+0.8% rispetto al 2012) dopo dieci anni. Per il 2014, Tokyo ha approvato un incremento del 2.2%Link esterno.

Pechino critica aspramenteLink esterno i progetti militari di Abe per risvegliare il sentimento anti-nipponico e guadagnare il consenso della popolazione. Secondo il generale Liu Yazhou, pur avendo vinto nel 1895, il Giappone "ha abusato dei suoi poteri nei decenni successivi, fino al fallimento della Seconda Guerra Mondiale"[…]"se non impara dalla storia, soffrirà nella prossima guerra." Insomma, tornata a essere un impero, la Cina non ha intenzione di perdere nuovamente il mandato celeste.

Per approfondire: 2014-1914: l'eredità dei grandi imperiLink esterno

Note:

1. Zhonghua renmin gongheguo zhengfu guanyu hua she donghai fangkong shibie qu de shengming (Dichiarazione del governo della Repubblica popolare cinese riguardo le zona d'identificazione per la difesa aerea nel Mar Cinese Orientale), Xinhua, 23/11/2013.

2. La definizione è stata enunciata dal maggiore Klemens Meckel durante un discorso all'esercito nipponico. P.DUUS "The rise of modern Japan", Houghton Mifflin, Boston, 1976, p.125.

3. Anche oggi il Giappone dipende in larga parte dalle risorse minerarie cinesi; in particolare, per quello che riguarda le terre rareLink esterno (indispensabili per la realizzazione di prodotti tecnologici), di cui la Cina possiede il 90% delle riserve mondiali.

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