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La Cina, la campagna antiterrorismo nel Xinjiang e il rischio boomerang

(Carta di Laura Canali)

di Giorgio Cuscito (Limes)

L’offensiva lanciata a maggio scorso per arginare l’estremismo religioso prosegue, ma gli attentati di presunta matrice uigura non cessano. Se Pechino vuole valorizzare la “Nuova frontiera” non deve inasprire ulteriormente il rapporto con la minoranza etnica.

A circa dieci mesi dall'inizio della campagna antiterrorismo lanciata lo scorso maggio dal presidente cinese Xi Jinping per contrastare l'escalation di presunti attacchi jihadisti in Cina, il problema è ancora lontano dall'essere risolto.

A luglio, Jume Tahir, l'imam filo-Pechino della moschea Id Kah di Kashgar, la più grande del paese, è stato uccisoLink esterno. Nello stesso mese, secondo il governo locale, 37 persone sono morteLink esterno in un attacco da parte di uomini muniti di coltelli e asce contro edifici governativi nella prefettura di Shache. Sempre qui, a novembre, in un presunto attacco terroristicoLink esterno sarebbero morte 15 persone, inclusi 11 attentatori.

La responsabilità di simili violenze è attribuita a frange estremiste della minoranza degli uiguri, turcofoni di religione musulmana che popolano il Xinjiang (in cinese "Nuova frontiera"), da loro chiamato Turkestan orientale.

La "Nuova frontiera" è la regione più occidentale della Repubblica popolare cinese (Rpc) ed è fondamentale nelle strategie senergetiche di Pechino, sempre alla ricerca d'idrocarburi per alimentare la crescita economica del Dragone. La "Nuova frontiera", ricca di giacimenti petroliferi, confina con l'Asia Centrale, i cui paesi forniscono ingenti quantità di gas e greggio alla Cina. Inoltre, il Xinjiang è uno snodo cruciale della "nuova via della setaLink esterno", il progetto infrastrutturale e commerciale che nei piani di Xi Jinping collegherà il paese all'Europa, per terra e per mare. Tuttavia, la contiguità geografica con l'Afghanistan e il Pakistan e il tentativo di Pechino di "sinizzare" la regione l'hanno resa terreno fertile per il jihadismo.

Dagli anni Novanta in poi Pechino ha deciso di modernizzare il Xinjiang, per valorizzarne la posizione strategica. A tal fine, ha spinto con ingenti incentivi economici un gran numero di cinesi han, l'etnia maggioritaria del paese, a "colonizzare" la regione. Soprattutto il Nord, dove si trova la maggior parte dei giacimenti petroliferi. La convivenza forzata tra le due etnie ha creato numerosi episodi di violenza. Il più grave risale al 2009, quando a Urumqi sono morte circa 200 persone. Il sentimento anti-han si è radicalizzato e ha alimentato le aspirazioni separatiste degli uiguri. Pechino considera il Movimento islamico per l'indipendenza del Turkestan Orientale (Etim) la più pericolosa organizzazione terroristica della Rpc e teme che questa riceva appoggio economico e operativo da al Qaida.

L'escalation del terrorismo di matrice uigura

Tra il 2013 e il 2014, il terrorismo di presunta matrice uigura avrebbe registrato un'escalation dentro e fuori il Xinjiang. I casi più eclatanti si sono registrati a PechinoLink esterno (a piazza Tiananmen, di fronte alla Città proibita), alla stazione di KunmingLink esterno nello Yunnan (i media localiLink esterno hanno definito l'episodio come "l'11 settembre cinese"), a Guangzhou e a Urumqi (due volte). Obiettivo degli attacchi non sono più solo i simboli del potere (forze di polizia o edifici governativi), ma anche soft targets come stazioni ferroviarie e mercati. Inoltre, le vittime sono anche civili estranei al problema del Xinjiang. Una novità è anche il ricorso ad attentati suicidi.

Il timore è che questi cambiamenti tattici siano dovuti all'intensificarsi dei contatti tra estremisti uiguri e cellule jihadiste. O perlomeno che i primi si ispirino ai secondi.

Non solo. La Cina osserva con preoccupazione anche l'ascesa dello Stato IslamicoLink esterno (Is). I quotidiani cinesi hanno cominciato a parlarne quest'estateLink esterno. Il Phoenix weeklyLink esterno, giornale di Hong Kong, riportava le parole del califfo Abu Bakr al-Baghdadi, che invitavaLink esterno i musulmani di tutto il mondo a unirsi al califfato, affermando che i loro diritti "sono limitati con la forza in Cina" e in un'altra dozzina di paesi. Pechino sostiene che gli uiguri arruolatisi nell'IsLink esterno sarebbero circa 300. Inoltre, in più occasioni persone di questa etnia sono state fermateLink esterno mentre tentavano di fuggire illegalmente attraverso il Sud Est asiatico, probabilmente dirette in Turchia. A dir la verità, non è chiaro se si tratti di aspiranti jihadisti. Del resto gli uiguri si sentono legati alla Turchia sul piano linguistico ed etnico, per questo potrebbero sceglierla come luogo in cui emigrare. Inoltre, Pechino potrebbe servirsi della minaccia terroristica per legittimare il pugno di ferro nel Xinjiang e agevolare qui la penetrazione degli han. E' anche vero che negli ultimi anni attraverso la Turchia sono transitati molti dei miliziani stranieri che oggi combattono contro il regime di al Asad in Siria, inclusi i jihadisti dell'Is.

Molti arresti, pochi risultati

Nel 2014, sono stati arrestatiLink esterno circa 27 mila sospetti terroristi, il 95% in più rispetto all'anno precedente. Il numero di cause penali trattate dai tribunali del Xinjiang è aumentato del 45%. In seguito all'attentato al mercato di Urumqi, le autorità locali hanno processato 55 presunti terroristi nello stadio di YiningLink esterno, nell'Ovest della regione, davanti a 7 mila "spettatori". Ad agosto, Pechino ha annunciatoLink esterno anche di volersi servire di droni per condurre qui attività d'intelligence.

Per contrastare il jihadismo, Pechino ha persino imposto delle restrizioni di tipo religioso. Per esempio, in alcune parti del Xinjiang alle donne è stato vietato di indossare il burqa nei luoghi pubbliciLink esterno e agli uomini di portare la barba lungaLink esterno. Inoltre, durante il Ramadan non è stato permesso ai funzionari del Partito comunista cinese, ai dipendenti pubblici e agli studenti di digiunareLink esterno secondo il rito musulmano.

Il governo del Xinjiang si è cimentato anche nell'organizzazione di attività ricreative ideate per "deradicalizzareLink esterno" la regione, ovvero liberarla dall'estremismo religioso. La più curiosa è stata il ballo di gruppoLink esterno a cui avrebbero preso parte circa 10 mila persone tra uiguri e han in una piazza vicino alla moschea di Kashgar. L'evento si è svolto al ritmo di una celebre canzone pop cinese intitolata la "piccola mela" (xiao pingguoLink esterno).

Questi sforzi non sono stati sufficienti per porre fine agli attacchi e Pechino ha deciso di posticipare il termine della campagna anti-terrorismo (che doveva concludersi a maggio) almeno a fine anno. Il governo cinese ha anche realizzato una proposta di legge per contrastare il terrorismoLink esterno che definisce quest'ultimo come "qualunque pensiero, discorso o attività che, attraverso violenza, sabotaggio o minaccia, mira a generare il panico sociale, influenzare il processo decisionale politico, generare odio inter-etnico, sovvertire il potere dello Stato o dividere il paese". Secondo Human Rights WatchLink esterno, la bozza ora in fase di discussione "legittimerebbe l'attuale violazione dei diritti umani e faciliterebbe abusi futuri" in Cina, in particolare nel Xinjiang.

Il pugno di ferro delle forze dell'ordine e le tecniche di soft power decisamente poco sensibili alle esigenze degli uiguri rischiano di inasprire il già teso rapporto con gli han e Pechino. Ciò a sua volta può produrre nuovi scontri e attentati, aumentando le possibilità che estremisti uiguri entrino in contatto con i jihadisti di al Qaida o dell'Is. Il governo cinese dovrebbe adottare politiche che rispettino il retaggio culturale e le necessità economiche degli uiguri, anziché spingerli ad assorbire gli usi e costumi degli han. In questo modo, si potrebbe instaurare una convivenza pacifica tra le due etnie e sfruttare a pieno il ruolo geostrategico del Xinjiang.

Per approfondire: La partita del Xinjiang fra terrorismo uiguro e vie della setaLink esterno

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