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L’ultima spiaggia per Atene e l’Ue prima della Grexit

(Carta di Laura Canali)

Di Giorgio Cuscito (Limes)

L'Eurozona ha dato tempo fino a giovedì 9 luglioLink esterno alla Grecia di Alexis Tsipras per presentare una nuova proposta di riforma economica che sia gradita alla Commissione Europea, alla Banca Centrale Europea e al Fondo monetario internazionale (la cosiddetta Troika) e continuare a ricevere prestiti. Questa verrà poi discussa dai 28 membri dell'Ue domenica 12 luglio.

A fine giugno Atene e la Troika non erano riuscite a trovare un accordo. Per questo motivo, la Grecia non aveva denaro a sufficienza per restituire all'Fmi il prestito da 1.6 miliardi di euro.

Domenica 5 luglio, Atene ha indetto un referendum per chiedere al popolo ellenico di approvare o rifiutare il piano proposto dalla Troika (che però non era più sul tavolo negoziale), il quale prevedeva in sostanza l'adozione di altre misure d'austerità. Quell'austerità che Atene ha abbracciato negli ultimi anni per ottenere i prestiti dai creditori internazionali nella speranza di uscire dalla crisi iniziata nel 2008. Una strategia che non ha comportato reali benefici ai greci. Di qui il netto prevalere del "no" (61%) al referendum di domenica.

A oggi il debito pubblico del paese è pari a 312.7 miliardi di euro. Dal 2008 al 2013 il pil della Grecia è calatoLink esterno di oltre il 27%, poi ha registratoLink esterno un aumento dello 0.8% e nel 2015 è sceso a 0.5%Link esterno. Nei primi tre mesi del 2015 il tasso di disoccupazioneLink esterno è stato pari al 26.6% (quello giovanileLink esterno del 52%) e il 35% della popolazioneLink esterno oggi vive sotto la soglia di povertà.

Tsipras, che aveva invitato i cittadini a esprimersi contro l'accordo proposto dalla Troika, ci ha tenuto a precisare che il "no" non era un voto per l'uscita della Grecia dall'euro (Grexit). Del resto il primo ministro è contro la politica d'austerità, ma non è euroscettico. Ragion per cui, dopo il sonoro "Oxi" (no in greco)pronunciato dai greci, Tsipras si è detto pronto a negoziare nuovamente con i creditori internazionali.

Il leader di Syriza farà a meno del ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis, che si è dimesso proprio per facilitare il dialogo con la Troika. Come questi ha affermato sul suo blogLink esterno, la sua presenza in sede negoziale sembrava essere diventato un problema: "sono stato informato di una certa preferenza da parte di alcuni partecipanti all'eurogruppo, e di partner ‘assortiti', per la mia… ‘assenza' dai loro incontri". Euclid Tsakalotos, che ha preso il posto di Varoufakis, ha una formazione "britannica"Link esterno (ha studiato alla St. Paul School e conseguito un dottorato a Oxford), ma è contrario alla politica di austerità quanto il suo predecessore. In questo senso la sua nomina non intacca la posizione già espressa da Atene.

Con il referendum, Tsipras ha certamente consolidato la sua posizione interna, ma allo stesso tempo ha vincolato il suo governo alla promessa di non adottare tutte le misure d'austerità proposte dai creditori internazionali e ritenute dannose per il paese dal premier e dalla maggioranza dei votanti. Auto-riducendosi il margine negoziale con i creditori. Di riflesso, parte dei paesi dell'Ue (in particolare la Germania) non ha gradito la mossa di Tsipras. In sintesi, la votazione ha indurito la posizione di entrambe le parti.

Gli altri membri dell'Eurozona temono che cedere alle richieste di Atene costituirebbe un precedente per altri paesi della moneta unica qualora si trovassero nelle stesse difficoltà. Al pari della Germania, chi in questi anni ha implementato impopolari misure di austerità (come i paesi baltici o la Spagna, dove alla fine dell'anno si vota) è particolarmente duro verso la Grecia.

Nel frattempo, la Bce continua a concedereLink esterno alle banche greche liquidità d'emergenza (acronimo inglese Ela)Link esterno, con il tetto a 89 miliardi di euro. Tuttavia ha irrigidito le condizioni per elargirla, in particolare gli istituti di credito dovranno aumentare i titoli portati a garanzia per avere lo stesso ammontare di prestiti.

Se Atene e Troika non trovassero un accordo, potrebbe concretizzarsi un precedente ancor più grave: la Grexit. Magari la Germania e altri paesi dell'Eurozona potranno non temere le conseguenze economiche e finanziarie dell'uscita di Atene, consci di poterle sostenere. Ma le conseguenze della Grexit sarebbero soprattutto geopolitiche: una sconfitta politica per Bruxelles e un colpo alla credibilità e all'affidabilità della moneta unica e dell'Ue, tale da destabilizzarne le fondamenta.

Domenica 12 luglio, i 28 membri dell'Ue si incontreranno per discutere il piano che a breve proporrà Atene. Una sorta di ultima spiaggia prima del 20 luglio, giorno di scadenza di un prestito da 3.5 miliardi di dollari della Banca Centrale Europea alla Grecia, che attualmente non ha soldi per ripagare Francoforte.

Sembra arrivato il momento di chiedersi quale dei due precedenti menzionati sia quello migliore.

Per approfondire: Se è solo Berlino a dettare legge alla Grecia e all'EurozonaLink esterno

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