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L’auto-rottamazione di Renzi e il rompicapo italiano

Fine dei giochi? ansa

Alla fine il rottamatore s'è dunque auto-rottamato. Nulla obbligava Matteo Renzi ad affrontare il referendum che ieri ne ha decretato la cocente sconfitta e l'obbligo di lasciare Palazzo Chigi. Lo ha voluto nel suo slancio riformista, certo. Ma lo ha voluto anche per un temperamento che lo spinge comunque alla sfida, e all'esagerazione.

Quando, più di due anni fa, lanciò il guanto del rinnovamento di un terzo della Costituzione, era ancora “Mister 40 per cento”, la valanga di voti che gli avevano regalato le elezioni europee. Roba mai vista. Esito strepitoso ascrivibile soprattutto alla sua energia, alla sua sfacciata disinvoltura, alla sua leadership che sapeva cogliere la voglia di sanzionare gli occupanti dei Palazzi del potere. Ma un biennio è bastato per terremotare quell’immagine di invincibilità, del resto già fortemente incrinata dalle recenti amministrative. Primo stop al leader che voleva rottamare l’élite e che viene punito anche per essere diventato a sua volta élite, legato ai poteri forti.

Certo, gli italiani hanno votato sulla Magna Charta. Ma non è stata la sostanza della riforma a decretare la sconfitta di quella che il premier ha trasformato in battaglia campale per “la madre di tutte le riforme”. Sbagliando (fino al punto che egli stesso lo riconobbe come “un errore”), ha voluto subito personalizzare la consultazione, trasformarla in un referendum sulla sua persona e sulla sua politica, ancora prima che lo facessero i suoi numerosi avversari. E c’era in più l’illusione del Nazareno, cioè di una solida alleanza con Berlusconi, che invece si è sfilato quando ha preso atto che non avrebbe ottenuto quello che pretendeva anche per sé stesso, per le sue aziende, e per i suoi guai giudiziari.

Ma non è stato l’unico sbaglio. La lista dei passi falsi ¨è copiosa. Un testo pasticciato, l’incomprensibile scelta di non dare la possibilità agli elettori di scegliersi i nuovi senatori affidandone il compito alle assemblee regionali (il maggior veicolo della corruzione), un ruolo e poteri poco chiari della nuova Camera in un sistema che si pretendeva comunque unicamerale. Soprattutto, Renzi ha sbagliato pensando che il Paese considerasse (come lui ritiene) la riforma prioritaria, mentre i problemi considerati urgenti dagli italiani sono la mancata ripresa economica, la disoccupazione, l’immigrazione. Inoltre ha continuato a ricambiare l’ostilità di una minoranza del PD, invece di cercare un’intesa, a partire dall’immediato cambiamento della legge elettorale.

Un gomitolo di situazioni che hanno determinato il gran rifiuto sia della riforma costituzionale sia, forse soprattutto, dei mille giorni della politica renziana. L’ex sindaco di Firenze non esce del tutto di scena, anzi. C’è infatti il paradosso di una sorta di renzismo senza Renzi. Dovrebbe rimanere segretario del PD che garantisce l’ossatura dell’attuale maggioranza parlamentare, dunque in qualche modo indispensabile se il capo dello Stato, Mattarella, non accetterà l’ipotesi di un ricorso anticipato e immediato alle urne: sia perché va varata l’importante legge di stabilità attesa da Bruxelles sia perché oggi un voto si terrebbe con due sistemi diversi, uno per il Senato e un altro per la Camera dei deputati. Insomma, un rompicapo, complicato dal fatto che tutti respingono l’ipotesi di un governo tecnico di transizione (alla Monti). Con quali conseguenze sulla Borsa, sullo spread, sulle banche si vedrà.

Impossibile dire se per Renzi sia un “addio” definitivo (come auguratogli da Grillo subito dopo l’annuncio dei risultati), oppure un arrivederci. In fondo può considerare “tutto suo” il 40 per cento di chi gli ha dato ragione, mentre sull’altro fronte vince un 60 per cento di coalizione che va spacchettato fra diverse forze politiche. Un conto è la maggioranza referendaria, altra questione un maggioranza politico-partitica, che con tutta evidenza non esiste.

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