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In Iraq il governo non si trova e Isis proclama il califfato

(Carta di Laura Canali)

di Giorgio Cuscito (Limes)

In Iraq, Isis (Islamic state of Iraq and al-Sham, jihadisti sunniti) ha annunciato la nascita del califfatoLink esterno in tutti i territori sotto il suo controllo ed elevato il suo leader, Abu Bakr al-Baghdadi, a guida politica e spirituale di tutti i musulmani. "Ascoltate il vostro califfo e obbeditegli", ha detto il portavoce di Isis Abu Mohamed al-Adnani. Lo "Stato Islamico" (Islamic state, Is), questo è ora il nome del gruppo, estenderebbe il suo dominio da Aleppo (Nord-Ovest della Siria) fino a Diyala (Nord-Est dell'Iraq). L'annuncio non ha alcuna conseguenza pratica, ma è un indicatore delle aspirazioni dell'organizzazione jihadista (in aperto contrasto con il nucleo di al Qaida in Pakistan) che, date le disponibilità economicheLink esterno e la forte presenza sul territorio, non sarà sconfitta facilmente dall'esercito iracheno.

Negli ultimi mesi, Is ha preso il controllo di alcune città nel Nord del paese (tra cui Mosul e Tal Afar), in prossimità della regione autonoma del Kurdistan iracheno e vicino al confine con la Siria. Da venerdì 27 giugno, le forze irachene tentano di riconquistare la città di Tikrit, 140 chilometri a Nord-Ovest di Baghdad. Secondo le Nazioni UniteLink esterno, nel mese di giugno in Iraq almeno 2.400 persone sono rimaste uccise in atti di violenza e terrorismo.

Al momento, l'esercito iracheno non è in grado di contrastare l'avanzata di Is. L'organizzazione terroristica ha trovato terreno fertile nella comunità sunnita locale, scontenta per l'operato del governo sciita guidato dal primo ministro Nouri al Maliki, che ad aprile aveva rivintoLink esterno le elezioni. Un governo di unità nazionale che coinvolga sciiti (60-65% della popolazioneLink esterno), sunniti (32-37%) e curdi - e che non abbia alla guida al Maliki - pare necessario per indebolire l'organizzazione terroristica.

Stallo a Baghdad

Il 1° luglio, il parlamento iracheno non è riuscitoLink esterno a eleggere lo speaker, primo passo per formare un nuovo esecutivo. Durante la sessione parlamentare, i rappresentanti sunniti e curdi si sono assentati temporaneamente per non consentire il raggiungimento del quorum necessario al voto. I due gruppi volevano che quello sciita comunicasse prima il nome del primo ministro che intendeva eleggere. Dalla caduta di Saddam Hussein in poi, l'Iraq ha sempre avuto un primo ministro sciita, un presidente curdo e uno speaker del parlamento sunnita. Tra i possibili successori di al Maliki, si è fatto il nome di Adel Abdul Mahdi e Ahmad Chalabi, entrambi in buoni rapporti con le comunità curda e sunnita e accettabili per Stati Uniti (la Cia conosce beneLink esterno Chalabi) e Iran.

Il mancato inizio del processo di formazione del governo evidenzia le divisioni nella classe politica irachena. Da questa instabilità potrebbe trarre vantaggio la regione autonoma del Kurdistan. Masoud Barzani, il suo presidente, ha affermato nei giorni scorsi che l'Iraq è "effettivamente divisoLink esterno" e che ha intenzione di indire un referendum per l'indipendenza del governo regionale di ErbilLink esterno nei prossimi mesi. La settimana scorsa Barzani ha dettoLink esterno che la città di Kirkuk, riconquistata dai peshmerga (le forze di sicurezza curde) dopo che l'esercito iracheno l'aveva abbandonata all'arrivo dell'ex Isis, ora fa parte del Kurdistan.

Difficilmente l'indipendenza della regione sarà possibile: manca il consenso di Turchia (anche questa vede issarsi all'orizzonteLink esterno la bandiera di Is), Iran e Siria, paesi in cui i curdi sono numerosi. Inoltre, il governo di Erbil di recente ha firmatoLink esterno con Ankara degli accordi energetici e il vice primo ministro Bulent Arinc ha detto cheLink esterno "la Turchia non vuole vedere un Iraq diviso".

Tutti dalla parte di Baghdad

Mentre la creazione di un nuovo governo iracheno stenta a decollare, Stati Uniti, Iran e Siria appoggiano – in misura diversa – Baghdad nell'offensiva contro Is.

Il presidente Usa Barack Obama sta rispettando l'impegno di non inviare l'esercito a combattere in Iraq, da dove questo si è ritirato nel 2011Link esterno. I consiglieri da lui promessiLink esterno per supportare l'esercito iracheno sono arrivati. Washington ha dispiegatoLink esterno droni armati sopra Baghdad e inviatoLink esterno 200 soldati - oltre ai 275 mandati due settimane fa - per proteggere l'ambasciata. Inoltre, ha speditoLink esterno 75 missili Hellfire al governo iracheno, che attende impazientemente anche l'arrivo dei 36 caccia F-16Link esterno acquistati da Washington.

Obama ha chiestoLink esterno al Congresso statunitense 1.5 miliardi di dollari per una "Iniziativa di stabilizzazione regionale" che preveda la collaborazione con Giordania, Libano, Turchia, Iraq e "l'opposizione moderata" in Siria. In particolare, il presidente Usa ha chiesto 500 milioni di dollari per poter "addestrare e armare in maniera appropriata elementi controllati" dei ribelli siriani. L'intento è stabilizzare le aree sotto il loro controllo, respingere gli attacchi del regime di Bashar al Asad e di Is, che in questi anni ha rafforzato il proprio ruolo in Siria promettendo sicurezza a livello locale. Investire in questi gruppi "moderati" può rivelarsi rischioso: il rapido svolgersi degli eventi sul terreno di scontro non consente di prevedere le loro mosse future; finanziarli potrebbe favorire indirettamente il proseguimento della guerra civile in Siria. Qui, inoltre, gruppi islamisti hanno esplicitamente rifiutato la nascita dello "Stato Islamico" di al Baghdadi. Ciò prelude a un inasprimento degli scontri già in corsoLink esterno tra i gruppi jihadisti che lottano contro il regime di Bashar al Asad.

Il presidente russo Vladimir Putin ha espresso "pieno sostegnoLink esterno" ad al Maliki nel combattere Is e ha sfruttato il ritardo degli Usa nell'invio degli F-16 per vendere a Baghdad dieci caccia Sukhoi Su-25. Cinque sono arrivati in IraqLink esterno e al Jazeera ha pubblicato alcuni videoLink esterno (di cui non è accertata la veridicità) che li vedrebbero già in azione. In cima all'agenda russa prevale la crisi ucrainaLink esterno ma Mosca potrebbe sfruttare questo momento per rafforzare il proprio ruolo in Iraq e, quindi, in Medio Oriente.

Secondo il New York TimesLink esterno, l'Iran del presidente Hassan Rohani ha inviato droni in Iraq e fornito a Baghdad equipaggiamento militare. Come gli Usa, Teheran avrebbe mandato propri consiglieri per sostenere l'esercito iracheno. In virtù della comune matrice sciita, fino a oggi l'Iran ha appoggiato il governo di al Maliki.

Stesso discorso vale per la Siria, direttamente toccata dalla minaccia di Is e perciò più assertiva. Damasco ha contribuito lanciandoLink esterno attacchi aerei lungo il confine (praticamente inesistente) con l'Iraq. Pur accogliendoli volentieri, al Maliki ha dettoLink esterno di non averli richiesti.

L'uso della forza non basta

Difficilmente l'intervento militare delle forze irachene (anche se sostenuto direttamente o indirettamente dagli attori regionali) potrà ostacolare in maniera efficace lo "Stato islamico", a meno che non sia abbinato alla creazione di un governo di unità nazionale che convinca i gruppi armatiLink esterno sunniti iracheni a non sostenere l'organizzazione terroristica. Lo "Stato islamico" ha detto tramite TwitterLink esterno che è pronto a sferrare attacchi contro gli Usa qualora il loro coinvolgimento in Iraq fosse più deciso. La minaccia tradisce un certo timore da parte dell'organizzazione, ma fa anche pensare che l'intervento di soggetti terzi (Stati Uniti, ma anche Iran) nel paese possa amplificare le dimensioni del conflitto. Superare lo stallo politico a Baghdad pare a questo punto indispensabile.

Per approfondire: Uniti contro Isis in Iraq? Gli Usa e l'Iran ci pensanoLink esterno

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