Il premio Strega non è più quello di 80 anni fa
Nonostante sia cambiato negli anni, il premio Strega rimane il più importante riconoscimento della letteratura italiana. Grazie alla storia dei suoi primi 40 anni, animati dalla fondatrice Maria Bellonci, e ai cambiamenti degli ultimi 40, che hanno spostato l’attenzione dal libro a quello che gli gira intorno.
Nota della redazione: si tratta di un articolo pubblicato sul sito della Radiotelevisione svizzera di lingua italiana il giorno prima dell’annuncio del vincitore del premio.
Sfogliando la rassegna stampa mi torna in mente un vecchio aforisma: è un fatto ben noto che non c’è settore della cultura in cui il primo venuto creda di avere maggior titolo a esprimere una propria opinione che nelle questioni concernenti il premio Strega. Un torrente di interviste, dichiarazioni, indiscrezioni, proposte di riforma, sospensione o abolizione del premio inonda le pagine dei quotidiani dal tardo inverno alla fine dell’estate. Un editore, il cui romanzo non è stato ammesso nella dozzina dei candidati, manda in libreria la ristampa “con una provocatoria fascetta, quella del premio Strega 2009 e sopra il timbro ESCLUSO”.
Il primo capitolo di La polveriera, romanzo scritto nell’ormai lontano 2009 dal presidente della Fondazione Bellonci Stefano Petrocchi, contiene credibilissimi frammenti di realismo. Petrocchi oggi è il depositario dell’eredità culturale della fondatrice del premio Maria Bellonci, e ha raddoppiato pochi mesi fa mandando in stampa Romanzo privato, che della Bellonci è biografia e nel titolo echeggia quel Rinascimento privato in cui la stessa Bellonci costruiva un’autobiografia immaginaria di Isabella d’Este: il libro che fece vincere alla sua autrice proprio il premio Strega, postumo, un paio di mesi dopo la morte nel 1986.
Bisogna riconoscere che Petrocchi ci sa fare, con i titoli. Perché è innegabile che lo Strega sia una ‘polveriera’: lo era prima del Duemila, quando gli scontri – o gli accordi sottobanco – tra gli autori o le case editrici rimanevano nell’ombra (e in ogni caso, anche quando prendevano la forma di polemica pubblica, non sfuggivano di mano ai protagonisti). Lo è ancora di più oggi, che i finalisti sono costretti a un tour sfiancante (una ventina abbondante d’incontri con i lettori – quest’anno, perfino una trasferta a Città del Messico), e a una vita comunitaria che può diventare occasione per gaffe amplificate dai media, più o meno social che siano.
Il servizio del TG 12.30 della RSI del 9 luglio 2026:
La vicenda che ha animato il mese precedente alla premiazione 2026 e che vede protagonista Michele Mari – uno dei riconosciuti maestri del romanzo italiano contemporaneo – è un esempio perfetto delle insidie extra-letterarie che lo Strega mette davanti ai concorrenti. La storia è nota: favorito per la vittoria con I convitati di pietra, Mari è stato accusato di essersi lasciato andare a commenti poco gentili sull’aspetto fisico di Michela Murgia, morta nel 2023, in presenza dell’altra finalista Teresa Ciabatti, amica della stessa Murgia. Lui ha negato, ma è stato travolto da una settimana buona di polemiche.
L’episodio si può facilmente catalogare come frammento di una trasformazione culturale più ampia, che sta spostando l’attenzione dai libri stessi a quello che ai libri gira intorno. Gianluigi Simonetti (che oltre a insegnare letteratura italiana all’Università di Losanna, è da tempo un protagonista del dibattito della vicina Penisola) già un paio d’anni fa nel suo ormai fondamentale Caccia allo Strega scriveva:
“Il ruolo dei mass media integra (e sempre più spesso surroga) quello della cooptazione tra pari e del riconoscimento della critica. Ovvero quelle forme di approvazione che erano cruciali nel cuore del Novecento, all’atto di nascita del Premio. […] L’evoluzione democratica della cultura e, più specificamente, l’estetica social stanno fondando una dimensione in cui autorevolezza e prestigio si ottengono anche e forse soprattutto col consenso vago ma diffuso, col numero di followers, con la promozione virale. […] La vittoria di un libro di successo, con la prescrittività che determina in termini di consiglio di lettura per un pubblico di massa, e con le conseguenze mediatiche ed economiche che ne derivano, risulta ancora più remunerativa di un tempo per gli editori e per la grande distribuzione, così come per l’organizzazione stessa del Premio, sempre più tesa al consolidamento del marchio”.
Qualcuno potrebbe dunque dire che l’inciampo mediatico di Mari sarà ricordato (ammesso che qualcuno, nell’epoca del presente assoluto in cui viviamo, possa ricordare fatti del genere per più di un paio di settimane) come un ulteriore elemento di pubblicità per quello che è ormai indiscutibilmente il più importante riconoscimento letterario italiano (con tante scuse al Campiello, che pure ha i suoi estimatori).
Scrivevo poco più sopra che Stefano Petrocchi ci sa fare, con i titoli. E in effetti anche il già citato Romanzo privato è molto azzeccato, perché rende bene l’idea della straordinarietà – da romanzo – della vita della fondatrice dello Strega Maria Bellonci. Che è stata, se perdonate il linguaggio pomposo, un pezzo fondamentale della ricostruzione della nazione italiana dopo la tragedia materiale, sociale e culturale della Seconda Guerra Mondiale: ricercatrice, scrittrice, sceneggiatrice, traduttrice, animatrice della vita mondana della società letteraria della Penisola, militante femminista.
Soprattutto, dal 1944 al 1986 ha coltivato i primi quarant’anni di quel Premio nato da un’idea, diceva Bellonci, “sorta nei tempi incisivi della Resistenza, durante i quali avevo imparato che gli uomini esistono gli uni per gli altri e che gli scrittori non fanno eccezione”. Premio che è stato stretto dalle mani di Moravia e Pavese, Levi ed Eco, Flaiano e Buzzati; premio che è stato uno strumento per riconoscere il valore delle scrittrici, a partire dalle prime vincitrici Elsa Morante e Natalia Ginzburg.
Premio che nei suoi secondi 40 anni è diventato uno di quelli che, se per caso li prendi, diventano parte del tuo nome per i decenni successivi: diceva Edoardo Albinati qualche tempo fa, che quando lo invitano a parlare da qualche parte, lo annunciano come “il Premio Strega Edoardo Albinati”. Da un salotto romano degli anni Quaranta alle discussioni social del 2026, certe cose non cambiano.
Il vincitore dell’ottantesima edizione del Premio è Michele Mari. L’autore del libro I convitati di pietra (Einaudi) ha confermato i pronostici della vigilia che lo davano come il candidato favorito per il gradino più alto del podio, incassando 190 voti. Mari ha superato la concorrenza degli altri cinque scrittori arrivati in sestina: Matteo Nucci con Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli), con 152 voti; Bianca Pitzorno con La sonnambula (Bompiani), con 84 voti; Alcide Pierantozzi con Lo sbilico (Einaudi), con 78 voti; Teresa Ciabatti con Donnaregina (Mondadori), con 75 voti; Elena Rui con Vedove di Camus (L’orma), con 64 voti. Il totale dei voti espressi è stato di 643 (pari all’80,4 % degli aventi diritto) su 800 giurati.
Altri sviluppi
Lo scrittore Michele Mari vince il Premio Strega
In conformità con gli standard di JTI
Altri sviluppi: SWI swissinfo.ch certificato dalla Journalism Trust Initiative
Se volete segnalare errori fattuali, inviateci un’e-mail all’indirizzo tvsvizzera@swissinfo.ch.