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Germania, effetti economici delle politiche d'accoglienza

Germania, effetti economici delle politiche d'accoglienza

Germania, effetti economici delle politiche d'accoglienza

(F l a n k e r, via wikimedia.org)

di Mariapia Mendola, Lavoce.info

La crisi dei migranti

La "crisi dei migranti del 2015", come è stata definita, ha visto l'arrivo in Europa di un milione di rifugiati e richiedenti asilo provenienti per l'80 per cento da paesi devastati da guerre prolungate (in particolare Siria, Afghanistan e Iraq). La gran parte ha fatto richiesta di asilo in Germania, che da sola ha accolto circa 500 mila rifugiati nel 2015 (40 per cento siriani), un dato quintuplicato rispetto al 2014.

Un tale afflusso di persone rappresenta uno dei più grandi movimenti migratori della storia europea recente. In realtà, a livello globale c'è stata una crisi ben più ampia: l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) stima che nel 2015 ci siano stati più di 12 milioni di profughi nel mondo, forzati a emigrare a causa di conflitti o persecuzioni, e richiedenti asilo. L'86 per cento dei rifugiati è oggi ospitato in paesi quali il Kenya, la Turchia e il Libano. Molte di queste persone, però, avrebbero urgente bisogno di essere ricollocate in altri paesi [cfr. Global trends forced displacement in 2015Link esterno].

L'Europa si muove, a fatica, verso una normativa comune per i richiedenti asilo, con la cancelliera tedesca, Angela Merkel, in prima linea su questo fronte. Al tempo stesso, però, l'Unione Europea continua a privilegiare misure atte a bloccare i movimenti migratori e dei rifugiati, delegando ad altri paesi situati nelle regioni più vicine alle zone di guerra la responsabilità per l'accoglienza (si pensi all'accordo con la Turchia).

Costi e benefici delle migrazioni

La questione dirimente, tuttavia, è quali sono i costi e i benefici dei flussi migratori, perché le apparenze (e le immagini mediatiche) a volte ingannano e le conseguenze dell'immigrazione possono confondersi con le sue stesse cause. Negli ultimi anni, le scienze economiche e sociali hanno fornito importanti contributi, a livello teorico ed empirico, per identificare le reali conseguenze dei movimenti migratori nei paesi di destinazione. Il rapido e inatteso afflusso di rifugiati può costituire una sorta di "esperimento naturale" dove è possibile isolare gli effetti causali dell'immigrazione sull'economia del paese ricevente.

In un recente lavoro ["How do regional labor markets adjust to immigration? A dynamic analysis for post-war GermanyLink esterno"] due economisti tedeschi - Sebastian Till Braun e Henning Weber - hanno utilizzato questa strategia per stimare gli effetti di breve e di lungo periodo dell'afflusso in Germania Ovest, nell'immediato secondo dopoguerra, di 8 milioni di persone di origine tedesca, espulse dai territori dell'Est Europa e dall'Unione SovieticaLink esterno. In quel contesto storico, il mercato del lavoro tedesco ha subito uno "shock" dovuto all'aumento repentino di forza lavoro offerta dai rifugiati, che non hanno potuto scegliere la regione di residenza, ma sono stati collocati principalmente in aree geografiche di confine. La rigorosa analisi economica mostra che l'arrivo dei rifugiati ha avuto effetti negativi di breve periodo per i lavoratori autoctoni, con un aumento contenuto della disoccupazione soprattutto nelle zone ad alta concentrazione di migranti. Gli effetti negativi, tuttavia, scompaiono nel giro di un decennio per poi diventare positivi, in termini di occupazione e crescita economica, nel lungo periodo. Come mostrano questa e molte altre analisi sul tema, ciò è dovuto da una parte al fatto che la nuova forza lavoro accresce la domanda di beni e servizi e quindi contribuisce a creare nuove opportunità di lavoro; dall'altra spinge i lavoratori (e gli imprenditori) autoctoni a spostarsi verso settori e occupazioni più remunerative, migliorando la loro condizione economica (anche grazie agli elementi di complementarietà fra lavoratori autoctoni e immigrati).

Il contributo interessante di questo lavoro storico, che offre un'analisi dinamica di lungo periodo, è sul fronte delle politiche: le simulazioni dei due economisti tedeschi mostrano che una distribuzione più "equa" dell'afflusso di rifugiati fra le diverse regioni del paese avrebbe di molto attenuato gli effetti negativi di breve periodo (che comunque sono dovuti alle dimensioni incomparabili dell'afflusso di rifugiati tedeschi all'epoca) e potenzialmente ridotto i tempi di aggiustamento del mercato del lavoro.

Appare dunque centrale il ruolo della politica nel gestire i movimenti migratori internazionali, anche quelli repentini e forzati da disastri naturali o conflitti. In particolare, sono necessarie politiche migratorie fondate sul coordinamento e sulla vera cooperazione internazionale, con una più equa ripartizione degli oneri derivanti da eventuali crisi dei rifugiati (fra i paesi ma anche all'interno dei paesi, a livello regionale per esempio) e misure più efficaci per aumentare i benefici mutui dei movimenti migratori. In tempi di crisi, economica e sociale, è più difficile essere lungimiranti, ma un'Europa storicamente ricca e solidale non può esimersi da questa responsabilità.

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