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L'Académie française cede ai femminili

Unica norma dettata dall'Académie: nelle forme che terminano in "eure", la e finale è muta. RSI-SWI

L'Accademia francese, dopo anni di riluttanza, ha annunciato giovedì l'ammissione nel dizionario della declinazione al femminile dei nomi delle professioni. Qual è invece la situazione nella lingua italiana? Una giornalista della Radiotelevisione svizzera ha scritto un libro sull'argomento. Intervista.

Questo contenuto è stato pubblicato il 01 marzo 2019 - 22:35
tvsvizzera.it/ATS/ri con RSI (TG del 01.03.2019)

Nella lingua parlata sono ormai comunemente usati, e infine anche l'Académie -che li definiva "vere barbarie"- ha deciso di compiere il passo verso la giusta parità di genere.

"Non esiste nessun ostacolo di principio" alla declinazione al femminile dei nomi di mestieri, hanno statuito gli accademici "a larga maggioranza". "Consideriamo che tutte le evoluzioni miranti a far riconoscere nella lingua il posto oggi riconosciuto alle donne nella società possano essere ammesse."

La prestigiosa istituzione, fondata nel XVII secolo, non redigerà liste di corrispondenti femminili, né "regole per la femminilizzazione" dei nomi. "Conviene lasciare alle pratiche che assicurano la vitalità della lingua il compito di decidere".

Unica norma dettata espressamente, quella che impone alle forme che terminano in "eure", come professeure, che la e finale sia muta.

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Soltanto cinque anni fa, l'istituzione aveva bocciato le forme come recteure, ingénieure e procureure, poiché "contrarie alle regole ordinarie di derivazione" e usate "talvolta contro il volere delle interessate".

Ma "se i francesi decidessero di portare una donna alla presidenza della Repubblica", riconoscono ora gli accademici, "sembra difficile immaginare un motivo per opporsi all'uso della forma femminile 'presidente'."

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