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Da Bruxelles a Tripoli: il "selfie" che Renzi non sogna

(tvsvizzera)

di Aldo Sofia

Mentre sono ancora a terra, devastati e irriconoscibili, i corpi degli innocenti lacerati dai kamikaze islamisti, Matteo Salvini (ancora in tempi recenti uno dei massimi assenteisti dell'europarlamento) "posta" la sua foto da Bruxelles, in posa davanti a un carro armato belga. "Sveglia - recita il messaggio -, ci hanno dichiarato guerra e le preghiere non bastano più". E gli internauti si scatenano, intasando pagine e bacheche della rete. Pochissimi apprezzano. I più attaccano. "Sciacallaggio", è l'attacco più ricorrente, a cui si associa anche Renzi. Così, uno di quei giorni in cui varrebbe la pena di tacere e riflettere, uno di quei giorni in cui sarebbe opportuno ed etico abbandonare la polemica politica almeno per alcune ore, non offre nemmeno la saggezza di una tregua.

Si, ci hanno dichiarato guerra, una guerra che è anche il frutto delle guerre sbagliate che l'Occidente ha portato in Medio Oriente. E che qualcuno vorrebbe replicare. Naturalmente servendosi dei figli e degli attributi… altrui. Come se la storia non avesse ampiamente dimostrato che, in quella insanguinata parte di mondo, gli interventi esterni si sono quasi sempre conclusi con un fiasco militare o politico. L'ultimo esempio fu l'attacco alla Libia di Gheddafi. E di intervento in Libia si torna a parlare.

Non solo perché la chiusura della rotta balcanica, e l'accicionarsi della bella stagione, riporterà i barconi dei disperati nel Canale di Sicilia, probabilmente con nuove destinazioni: l'Albania, per esempio, e da lì in Italia, e dall'Italia verso il confine meridionale svizzero. C'è di più. C'è che gli sgherri dello Stato islamico in Metropolitania sono arrivati da tempo, si sono ritagliati nuovi santuari, c'è il rischio che si impossessino dei traffici umani, infiltrandoli magari con altri "foreign fighters" da scatenare contro altri obiettivi europei. Il tutto a poche miglia dalle coste meridionali dell'Italia. E dell'Europa.

Poco alla volta, nonostante la prudenza fin qui mostrata, Roma rischia di essere invischiata in uno scontro diretto con lo Stato islamico e il rischio della sua vendetta, come dimostra la mattanza all'aeroporto e nel metrò della capitale belga. Per esempio, l'Italia sta trattando l'invio di un contingente a Mosul, Irak del Nord, a difesa della grande diga la cui riparazione è stata affidata a una ditta del Bel Paese. Uno sbarramento di importanza strategica, che deve essere protetta dalla possibilità che i jihaddisti decidano di farla saltare provocando un'emergenza umanitaria che arriverebbe fino a Bagdad. Un passo che porterebbe a un miliardo e mezzo di euro i costi delle missioni italiane all'estero.

Il fatto è che Mosul è stata la capitale del Califfato in Irak, i suoi combattenti sono assestati a pochi chilometri, e l'iniziativa italiana potrebbe rappresentare una aperta dichiarazione di guerra per il neo-califfo. Operazione dunque ad alto rischio. Anche di rappresaglie in patria.

Ancor più pericolosa una missione nella Libia tutt'altro che pacificata, in preda a una guerra civile apparentemente irrisolvibile. Forse Renzi s'è pentito d'aver rivendicato, alcuni mesi fa, che una nuova missione al di là del Mediterraneo sia "a guida italiana". Dimenticando che in Libia i sentimenti contro gli ex colonizzatori sono tutt'altro che sopiti, dopo che per oltre 40 anni il "colonnello" ne aveva fatto uno dei condimenti della sua politica per compattare la nazione e le sue tribù. Oppure - nemmeno è da escludere - il premier ha avanzato quella richiesta per rallentare, più che accelerare, sull'ipotesi di portare gli scarponi occidentali nel bollente e pericoloso "scatolone di sabbia".

C'è chi ha pubblicamente evocato il rischio di una "nuova Somalia". E non è uno qualsiasi. Lo ha infatti dichiarato a un giornale italiano il "raiss" e dittatore egiziano El Sissi, uno che di divise e di armi (anche in funzione anti-democratica) sicuramente se ne intende, e che ha abbandonato velocemente l'idea, troppo insidiosa, di mandare il suo esercito in soccorso alla fazione più laicizzante rappresentata dal governo di Misurata.

Parole che sono state musica per le orecchie del governo italiano. Un'ulteriore conferma della necessaria prudenza. E di certo non è un momento in cui Renzi sogni uno dei suoi immancabili "selfie" davanti a un carro armato alle porte di Tripoli.

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