Coronavirus e fairplay Lotta al doping anche con la distanza sociale

La limitazione dei contatti sociali introdotta per contenere l'epidemia di Covid-19 ha portato a una significativa diminuzione dei controlli antidoping. Quanto è concreto il rischio che più atleti siano tentati di assumere sostanze proibite?  La Radiotelevisione svizzera RSI lo ha chiesto ai direttori delle agenzie antidoping svizzera e mondiale.

Sei provette contenenti sangue ed etichettate con diversi colori esposte in verticale una accanto all altra; sfondo neutro

Nell'immagine d'archivio, campioni esaminati dal Laboratorio svizzero d'analisi del doping (LAD) all'Ospedale universitario di Losanna (CHUV).

Keystone / Christian Brun

"Possiamo ancora svolgere gran parte delle nostre attività", ovvero indagini, prevenzione e test mirati, assicura il direttore di Antidoping SvizzeraLink esterno Ernst König. Sono invece sospesi i controlli di routine, ma König non teme una corsa al doping, per diverse ragioni. Una è che mancano, all'orizzonte, delle competizioni per cui "lavorare".

L'Agenzia mondiale antidoping (WADALink esterno), da parte sua, ha emanato una serie di direttive per le agenzie nazionali. Ma anche qui non si crede che l'isolamento sarà uno stimolo globale a imbrogliare: chi si dopasse in quarantena, spiega il direttore Olivier Niggli, "non ne trarrebbe un grande vantaggio, non basta infatti sedersi sul divano e prendere una pastiglia".

Nondimeno, bisogna evitare che, una volta finita l'emergenza coronavirus, le pecore nere la passino liscia. Per questo sarà importante, non appena saranno ripresi i prelievi, osservare il passaporto biologico degli sportivi. Niggli, nel video che segue, ci spiega perché.

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