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Cina, il nuovo traguardo delle gomme Pirelli

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di Fabiano Schivardi, LaVoceInfo

Dal punto di vista industriale, il matrimonio tra Pirelli e ChemChina ha una logica chiara. E l’obbligo di Opa è una buona notizia per il funzionamento del mercato azionario e per i piccoli azionisti. “Italianità” garantita nel breve periodo, ma poi tutto dipende dalla competitività del paese.

La logica dell’accordo e i piccoli risparimatori

I detentori del pacchetto di controllo di Pirelli hanno raggiunto un accordo con ChemChina, produttore chimico cinese, che diverrà il socio di maggioranza della storica impresa del capitalismo italiano. Sui giornali si legge che un altro pezzo di industria italiana viene svenduta agli stranieri, Milano abdica definitivamente al ruolo di capitale economica, perdendo una sua azienda-simbolo e che è tutta colpa dell’assenza di una politica industriale.

Ma al di là dell’inevitabile retorica che un caso come questo solleva, cosa implica veramente il passaggio di controllo? Da un punto di vista industriale, il matrimonio ha una chiara logica. Le attività manifatturiere con alti costi fissi, in termini di ricerca e sviluppo, commercializzazione, pubblicità e altro, hanno un’inevitabile tendenza a concentrarsi per sfruttare al meglio le economie di scala. Sia Pirelli sia ChemChina producono pneumatici per autocarri, con un fatturato simile. Unendo le attività, raddoppiano la scala, risparmiando sui costi fissi. Inoltre, per Pirelli l’alleanza con l’impesa cinese spalanca le porte al mercato a maggiore crescita nel mondo. Essere controllati da un’impresa cinese non è condizione necessaria per vendere in Cina, ma di certo facilita le cose.

Infine, le imprese cinesi sono ancora tecnologicamente meno evolute di quelle occidentali. Le acquisizioni spesso sono motivate dall’accesso al know-how. Non si tratta di “fregare” tecnologie, che vengono pagate con denaro sonante. Semmai, si tratta di applicare l’eccellenza di Pirelli a una scala produttiva più grande, creando valore per tutti gli attori coinvolti. Anche gli pneumatici per automobili potranno beneficiare di un maggiore accesso al mercato asiatico. Un aspetto importante è che, grazie all’obbligo di offerta pubblica di acquisto, i piccoli azionisti riceveranno lo stesso prezzo per azione dei detentori della quota di controllo. È una buona notizia per il funzionamento del nostro mercato azionario rispetto ai tempi in cui i pacchetti di maggioranza passavano di mano fuori dal mercato stesso.

Da un punto di vista finanziario, i cinesi ci mettono direttamente “solo” 2,05 miliardi, mentre 4,2 miliardi saranno reperiti a debito. Come notato da Giovanni Pons su La Repubblica, per certi versi questa assomiglia a un’operazione di leverage buyout. I soci italiani mantengono un pacchetto di minoranza.

Il destino dell’italianità

Rimane il dubbio se l’operazione non si sarebbe potuta condurre in senso opposto, con Pirelli che acquisisce il controllo piuttosto che essere acquisita. Ma è così importante il passaporto dei proprietari? È utile guardare al caso Fiat che, nella partita con Chrysler, ha giocato la parte del predatore. Nonostante sia stata Fiat a comprare Chrysler, la nazionalità italiana non ha impedito di trasferire la sede legale in Olanda e quella fiscale nel Regno Unito. Anche la partita fra Stati Uniti e Italia per le attività di R&S non si gioca certo sul piano del nazionalismo.

Se vogliamo che grandi imprese operino in Italia, dobbiamo accettare che siano multinazionali. E le multinazionali localizzano le loro attività in base all’attrattività del paese. Quello che conta per il mantenimento delle attività ad alto valore aggiunto in Italia è la convenienza a farlo. Bisogna garantire condizioni competitive per fare impresa, piuttosto che preoccuparsi di proteggere le proprie aziende dagli stranieri. Vent’anni di declino non sono certo da attribuire alle invasioni barbariche, ma piuttosto all’incapacità del paese a tenere il passo con un mondo che evolve in continuazione.

Lavorare su questo è la migliore politica industriale che si possa perseguire. L’aspetto più critico riguarda il fatto che ChemChina è un’azienda a controllo pubblico. La proprietà pubblica può seguire logiche diverse dalla creazione di valore ed è soggetta ai cambi del potere politico, particolarmente in un paese ancora lontano da un regime democratico. Prevederne gli orientamenti nel medio-lungo periodo è impossibile. A tal proposito, l’accordo di vendita prevede clausole forti a protezione dell’ “italianità” del controllo e delle attività. Marco Tronchetti Provera rimarrà in sella fino al 2021, garantendosi il lavoro fino al pensionamento.

Il trasferimento della sede all’estero e altre operazioni straordinarie richiederanno la maggioranza del 90 per cento del capitale sociale. Nel breve periodo, quindi, l’ ” italianità” è garantita (anche se Pirelli già oggi occupa meno del 10 per cento dei dipendenti in Italia). Ma dopo l’uscita di scena del regista dell’operazione, il controllo cinese si rafforzerà. Dopo le clausole parasociali, ci sarà solo la competitività del paese a determinare il destino dell’italianità.

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