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Benigni, i Comandamenti, e una serata tv da mondiali

(tvsvizzera)

di Aldo Sofia

Più volte mi sono chiesto se Francesco stesse guardando Roberto. Se Bergoglio stesse seguendo Benigni. E, soprattutto, cosa ne pensasse il papa venuto "dai confini del mondo" di quei Dieci comandamenti illustrati dal comico sovversivo e anarcoide diventato predicatore televisivo. E mi ripetevo che al pontefice argentino, convinto che la Chiesa debba essere un ospedale da campo, quel monologo, per un totale di cinque ore, non poteva non piacere.

Addirittura, mi sono convinto che subito dopo lo spettacolo, da una stanza di Casa Santa Marta si sia alzata la cornetta per una di quelle famose e inattese telefonate: "Pronto Roberto?, sono Francesco…"; e che il papa abbia gustato un supplemento di piacere parlando e ridendo con il toscanaccio che ancora si detergeva il sudore per la fatica di un'autentica maratona (tutto d'un fiato, senza break pubblicitari). E due giorni dopo, la conferma, quella telefonata c'é effettivamente stata, e per "pudore e rispetto", Benigni non ne rivela i contenuti.

Certo, c'è stata anche la frecciata alla Chiesa ufficiale, che, assicura il geniale guitto, ha "rovinato la vita" di milioni di adolescenti riscrivendo il sesto precetto: dall'originale "non commettere adulterio" al sessuofobo "non commettere atti impuri". Eppure anche qui mi è sembrato di vedere Francesco sorridere. Ma poi, nella personale e strepitosa interpretazione di questo e degli altri comandamenti, ogni parola, ogni frase, ogni interpretazione sembrava confluire in quel finale "ama il tuo prossimo come te stesso" che coerentemente li riassume.

Perché sorprenderci? Benigni ci ha abituato a tutto. Senza mai urtare, senza vere volgarità. Anche quando declinò la "patonza" inseguendo la Carrà sul palco di un festival canoro. E anche quando coniò il discusso ma affettuoso "wojtilaccio". O quando, a sorpresa, prese in braccio un impacciato e sorridente Berlinguer, gesto che qualche barboso compagno giudicò severamente, alla stregua di un umiliante affronto al prestigio del leader massimo. Per non parlare di "La vita è bella", il film dell'Oscar, che io andai a vedere solo dopo molti mesi dalla sua uscita: mi ripugnava l'idea che si potesse ridere del "male assoluto" e della sanguinaria volgarità dell'Olocausto, per scoprire invece l'incanto di una delle più serene, efficaci denunce della Shoah.

Poi è arrivato il Benigni predicatore laico. La Bibbia, la Costituzione, l'Inno di Mameli. E ora le Tavole della Legge. Cinque ore di spettacolo che hanno fatto saltare gli indici d'ascolto. Un totale di oltre venti milioni di italiani incollati alla tv, ha stracciato i due soliti talk show politici del martedì sera, ha totalizzato uno share da mondiali di calcio. Senza compiacimenti e senza rincorsa della facile popolarità: il comandamento "Non rubare"? "Dio ha fatto un comandamento per noi italiani, ad personam, sembra che l'abbia dettato direttamente in italiano".

Checché se ne pensi di Benigni, delle sue esibizioni, della sua lettura di testi sacri e no, finalmente una felicissima anomalia in un panorama televisivo italiano che troppo spesso pensa di vincere sdoganando spazzatura e voyeurismo, parolacce e insulti, urla e grida, con un pubblico ostaggio passivo o annoiato. Pronto comunque a spezzare le catene di quella prigionia quando il genio e la qualità riescono a coniugarsi. C'è chi polemizza sui 4 milioni netti incassati dall'attore. Ma quanto valgono oltre 20 milioni di telespettatori? Per i relativi incassi pubblicitari? E, soprattutto, per uno spettacolo intelligente che riconcilia con l'idea e il riscatto di un'altra Italia?

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