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Sul Monte Generoso il “coltellino svizzero” di Neanderthal

Grotta
La Grotta dell'orso: le sezioni determinate dai fili tracciati servono a catalogare ogni particolare reperto in funzione della zona dove è stato recuperato Keystone / Ti-Press / Pablo Gianinazzi

Uno studio dell'Università di Ferrara sui reperti rinvenuti in decenni di ricerche nella Grotta dell’orso del Monte Generoso, a cavallo del confine tra Svizzera e Italia, ha indagato la presenza di un kit portatile di pietre scheggiate portato da cacciatori di passaggio.

Le grotte alpine occupate dagli orsi delle caverne (Ursus spelaeus) durante il Pleistocene offrono uno sguardo unico sulla vita preistorica in ambienti estremi. Fra i siti più elevati e marginali in Europa c’è la Grotta dell’orso (o Caverna Generosa), cavità naturale lunga 70 metri situata sulle pendici del Monte Generoso, in territorio italiano, scoperta nel maggio del 1988 da parte degli speleologi ticinesi Francesco Bianchi-Demicheli e Sergio Vorpe.

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La grotta si trova a 1450 metri di altitudine e negli anni ha restituito circa 40’000 frammenti di scheletri di orso e altri mammiferi, oltre a sedici utensili in pietra. Proprio a questi ultimi reperti è dedicato un recente studio apparso sul Journal of Quaternay Science condotto dall’Università di Ferrara in collaborazione con l’Università Statale di Milano, che ha permesso di approfondire il comportamento di Neanderthal in questi spazi.

Schegge di pietra
Alcuni dei sedici utensili in pietra scheggiata rinvenuti nella grotta. Sono presenti schegge Levallois (metodo di scheggiatura tipico del contesto europeo) e una punta Levallois, quest’ultima verosimilmente usata come arma da caccia Delpiano, D., et al. (2026). Neanderthal incursions at a high-altitude “bear cave”: Reassessing Caverna Generosa in the southern Alps. Journal of Quaternary Science

Un visitatore sporadico

Le datazioni al radiocarbonio su ossa di orsi e marmotte nella grotta indicano che Neanderthal avrebbe frequentato questi spazi tra i 50 e i 40 mila anni fa, e cioè nell’ultima fase prima della sua estinzione in Europa. In quel periodo, buona parte del territorio che corrisponde all’odierna Svizzera era ricoperto da ghiacciai: a sud delle Alpi, affioravano solo poche masse rocciose, come la vetta del Monte Generoso e il Monte Tamaro.

Immagine del territorio ticinese ricoperto da ghiacci
Durante l’ultima glaciazione, i ghiacci si spingevano fino alla Pianura Padana RSI

È in quest’ambiente inospitale che va immaginata la presenza di Neanderthal nell’area del Monte Generoso, che, come ci spiega Davide Delpiano, paleoarcheologo e ricercatore presso l’Università di Ferrara, era solo di passaggio: “È stato possibile osservare che sono presenti quasi esclusivamente strumenti pronti all’uso e nessun elemento che suggerisca attività di scheggiatura in grotta”, spiega l’esperto. “Questi dati sono coerenti con un’occupazione sporadica e di breve durata, forse legata alla ricerca di risorse in alta quota, sia alimentari (animali o vegetali), sia finalizzata all’attraversamento della catena alpina”.

Frammenti ossei
Frammenti ossei nella Grotta dell’orso Keystone / Ti-Press / Pablo Gianinazzi

In passato si è ipotizzato che Neanderthal potesse aver sviluppato una particolare capacità di adattamento nei contesti di alta quota. Oggi sono sempre più frequenti le prove che indicano il contrario. A dimostrazione di ciò, c’è anche lo studio della composizione chimica degli utensili, che proverebbe un utilizzo di materie prime provenienti da quote più basse, principalmente rocce silicee: un kit di strumenti leggero, versatile e facilmente trasportabile. 

Neanderthal e l’orso

Che rapporto c’era tra l’orso e l’uomo di Neanderthal in questi spazi alpini? Il tema è oggi oggetto di dibattito scientifico. Se in altri casi analoghi sul territorio prealpino sono stati trovati indizi di uno sfruttamento della carne e della pelliccia del plantigrado, nella Grotta dell’orso non sono emerse sinora chiare prove in questo senso. “L’unica possibile evidenza è rappresentata da un frammento di osso bruciato rinvenuto in un campione di terreno, troppo piccolo per poter stabilire se appartenesse a un orso o a un altro animale”, spiega l’esperto.

Oggi sappiamo comunque che la grotta era principalmente territorio dell’orso. “La composizione demografica dei resti dell’animale – racconta Davide Delpiano – è coerente con una mortalità naturale durante l’ibernazione, dato che sono presenti soprattutto individui giovanili”. Questo significa dunque che le migliaia di resti ossei dell’orso non rappresentano ciò che rimane di una mattanza per mano dell’uomo primitivo.

Tenuto conto dell’isolamento della grotta, è probabile in realtà che questa servisse da luogo protetto, “dove le femmine — che costituiscono la maggioranza degli individui adulti — crescevano la prole, partorendo proprio durante l’ibernazione, al riparo dai maschi, che potevano essere aggressivi”.

Neanderthal quindi non viveva a contatto con questi animali, ma sfruttava probabilmente le grotte come riparo durante i mesi estivi, quando gli orsi erano assenti. I pochi materiali lasciati dietro di sé sono stati sufficienti per mostrare le incredibili capacità di adattamento dei nostri lontani cugini in questi ambienti difficili.

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