Il rebus dei corsi di lingua e cultura italiana in Svizzera
Fra intrecci burocratici e leggi a cascata nei due Paesi, l’insegnamento della lingua italiana in Svizzera attraversa una crisi profonda, finanziaria e di senso. Giro d’orizzonte in un ambito segnato da contraddizioni e da mutamenti epocali.
“Salvate i corsi di italiano”, definiti sotto pressione, “a rischio” e dal “futuro nebbiosoCollegamento esterno”. L’italofonia svizzera da anni si interroga sulla situazione dell’insegnamento della lingua di Dante nel Paese, e i media dedicati alla diaspora se ne occupano con regolarità. La vicenda è intricata, e si nutre di corse a ostacoli burocratiche, difficoltà finanziarie, e di una crisi d’identità che ha a che fare con cambiamenti epocali.
I corsi erano nati con l’idea di conservare l’italofonia nella prole di chi era immigrato per lavorare in Svizzera, prole che un giorno, si presumeva, sarebbe tornata a vivere in Italia. Istituiti grazie a una legge del 1971, sono stati per un ventennio gratuiti e finanziati dal Ministero degli affari esteri della Penisola. Nel 1993, una legge ha stabilito che una parte dei corsi sarebbe stata gestita dall’Italia, e l’altra in loco, da quelli che vennero chiamati “enti gestori”.
Una divisione che ha avuto negli anni, e con il susseguirsi di Circolari ministeriali, conseguenze di peso. Ormai ci sono due offerte parallele: insegnanti che sono dipendenti statali italiani, per corsi gratuiti in ossequio al dettato costituzionale che prevede la formazione scolastica universale. E insegnanti ingaggiati dagli enti gestori, di recente ribattezzati “promotori”, per corsi cui finora era consentito solo chiedere il versamento di un ‘contributo volontario’, trasformato da un recente cambiamento normativo in ‘quota d’iscrizione’. Di conseguenza, in una famiglia che vive in Svizzera ci potrà essere un figlio che segue un corso gratuito, e un altro che ne segue uno a pagamento – elemento che potrebbe ben essere bollato come incostituzionale.
Un rebus complicato
“La storia dei corsi è fatta di un forte spirito volontaristico. Gli sforzi si appoggiavano su un tessuto associativo radicato sul territorio, che viveva di comitati per lo più formati da genitori”, racconta Giangi Cretti. Il giornalista rappresenta le comunità italiane nel Forum per l’italiano in SvizzeraCollegamento esterno. La questione dei corsi la conosce bene, e a tvsvizzera.it non nasconde la preoccupazione per un rebus complicato da risolvere. “I ritardi e le complicazioni di natura amministrativa rendono difficile il compito degli enti costituiti su base volontaria, lasciando presagire che solo entità più strutturate potranno farcela, perché hanno liquidità proprie per ovviare ai ritardi nell’erogazione dei contributi, e le risorse necessarie per gestire la burocrazia sempre più pesante imposta da Roma”.
Anche Roger Nesti conosce molto bene la vicenda. Dirige l’ECAP di Basilea, uno dei maggiori enti promotori svizzeri, coordina gli incontri con gli altri enti del territorio elvetico, e soprattutto è Vicepresidente della Commissione lingua e cultura del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE). Con quest’ultimo cappello in testa, snocciola i dati: “25 anni fa, in Svizzera, gli alunni erano circa 16’000, mentre a oggi ammontano a circa 8’000, e continuano a diminuire di anno in anno; gli enti gestori erano undici, e ora sono cinque”.
Burocrazia acrobatica
Racconta Nesti, che l’ultima Circolare ministeriale italiana, la numero 4 del 2022Collegamento esterno, ha significativamente cambiato le regole del gioco e per alcuni enti è stata il colpo di grazia. Il testo ha aggiunto nuove complicanze, amministrative e di organizzazione, che hanno reso la sopravvivenza degli enti ancora più acrobatica. “L’accento è su una forma di ‘microprogettualità’ che non corrisponde alle esigenze del mondo della scuola. Gli enti sono tenuti a presentare progetti e valutazioni dettagliate, con il risultato che invece di pensare alla promozione dell’offerta, ci si concentra su come raggiungere il punteggio necessario per ricevere il contributo”. Burocrazia a parte, c’è un problema di fondo: l’agonia dei dossier da presentare si ripete ogni anno, ma “se l’obiettivo è accompagnare dei giovani per l’intero ciclo scolastico, la progettazione dovrebbe essere pluriennale. Tuttavia, il sistema com’è adesso non ti mette in condizione di farlo”, dice Nesti.
Mariachiara Vannetti presiede il Comitato Italiano per la Promozione Educativa (CIPECollegamento esterno). È uno degli enti svizzeri e da oltre 50 anni promuove corsi di lingua e cultura italiana a Neuchâtel e Friburgo. Sottolinea il controsenso di dover presentare bilanci preventivi, pur non sapendo quante persone si iscriveranno a un corso. “Viviamo nell’incertezza, e non solo su quanti denari la manovra finanziaria assegnerà al comparto. Perché come ente, in base alla legge non puoi procurarti altre fonti di reddito: l’offerta deve essere senza scopo di lucro”. Ma come fa un ente a rimanere a galla? Vannetti non esita a definire precaria la situazione.
Didattica e geografia
Mariachiara Vannetti sottolinea i cambiamenti epocali: “I corsi erano nati per un certo tipo di pubblico, composto da figli e figlie di immigrati italiani. E se oggi vediamo sul terreno una situazione molto diversa, l’impianto dei corsi non è cambiato. Non solo le iscrizioni sono in costante calo, ma abbiamo classi che non hanno nulla a che fare con l’immigrazione italiana dello scorso secolo”.
Giangi Cretti conferma: “Ci sono problemi a livello didattico e pedagogico. Pluriclassi con creature di varie età, e situazioni familiari diverse”. Perché partecipano allo stesso corso figli di italiani, figlie di genitori che parlano svizzero-tedesco o di coppie miste che a casa comunicano in inglese. Le lezioni, d’altronde, si svolgono fuori dall’orario scolastico, disincentivando famiglie che hanno settimane piene. E poiché va raggiunto un numero minimo di partecipanti, l’offerta si concentra ormai solo nei centri urbani.
Leggi a cascata
La questione dei corsi si intreccia inevitabilmente con il multilinguismo elvetico. Idioma nazionale e ufficiale, minoritario e un tantino bistrattato, l’italiano è la lingua madre dell’8% della popolazione: 320’000 persone che vivono nella Svizzera italiana, e 360’000 al di fuori. L’Ordinanza federale sulla maturità (ORM) stabilisce che la lingua di Dante come “terza lingua nazionale” debba essere offerta tra le discipline fondamentali nei licei che si trovano in cantoni di lingua tedesca, francese, o bilingue.
Un’indagine della Conferenza delle direttrici e dei direttori cantonali della pubblica educazione (CDPE) realizzata nel 2021/2022 ha preso atto che la realtà sul terreno ha tutt’altro sapore: sono sempre meno i licei che rispettano l’Ordinanza, cifre confermate nel 2025 da un test realizzato dalla trasmissione Patti chiari RSICollegamento esterno.
Sul tema della promozione dell’italiano nelle scuole svizzere, nel 2015 la CDPE ha emesso delle raccomandazioni, paradossalmente disponibili solo in tedesco e in franceseCollegamento esterno. Ma non si potrebbe trovare una quadra fra i corsi di lingua e cultura italiana, e la promozione dell’italiano come lingua nazionale? Una domanda che potrebbe sembrare di buon senso si scontra con una giungla di definizioni, distinguo e una cascata di normative parallele – e discordanti – a cavallo della frontiera. Tra l’altro, perché la promozione dell’italiano al di fuori della Svizzera italianaCollegamento esterno punta a progetti ed eventi mirati, approvati caso per caso e cofinanziati da Confederazione e Cantoni.
Guardare avanti
Vista dall’Italia, la situazione è ancora più complessa. Perché è cambiato il vento, nei palazzi romani. Oggi si preferisce parlare di “promozione dell’italianità all’estero”. Decritta Roger Nesti: “Con questo, i corsi sono definiti come strumento di promozione culturale che non è più destinato principalmente alle collettività di connazionali”. Spostamenti strategici di significato, che producono concorrenza: le stesse, magre e spesso messe in discussione risorse finanziarie pubbliche, dovrebbero servire alle esigenze dell’italodiscendenza, e al tempo stesso alla diplomazia culturale.
Mariachiara Vannetti è inquieta, ma ancora spera nella collaborazione transfrontaliera. Pensa a un gruppo di lavoro che metta attorno a un tavolo istituzioni svizzere e italiane, l’ambasciata, gli enti, con l’obiettivo di rafforzare l’italiano e l’italianità in Svizzera. Nella direzione presa da Roma, Giangi Cretti intravede una potenziale svolta futura: “la completa privatizzazione di questo settore”. Mentre Roger Nesti dice che andrebbe affrontata la crisi di senso: “Abbiamo continuato a fare la stessa attività, con piccoli aggiustamenti, a fronte di enormi cambiamenti normativi. Non ci siamo fermati a interrogarci, e continuiamo a perdere l’occasione di fare una riflessione di fondo”.
I giochi per il 2026 sono già chiusi. Tuttavia, in virtù di un cambiamento di tenore organizzativo, la competenza è ora presso la Direzione Generale per i Servizi ai Cittadini all’Estero e le Politiche MigratorieCollegamento esterno. Sulla quale la CGIE nutre qualche speranza. Racconta Nesti: “Abbiamo ora un interlocutore diretto, il primo appuntamento è fissato per maggio. Le nostre priorità: rivedere la Circolare, aumentare i fondi, e trovare il modo per superare la concorrenza fra la promozione dell’italiano come strategia diplomatica, e come strumento per l’italodiscendenza”.
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