Il confine tra Svizzera e Italia compie 165 anni
Una storia di vicinato fatta di diplomazia, cooperazione economica e tensioni ricorrenti: dalle migrazioni ottocentesche al segreto bancario fino a Crans-Montana.
Tra Svizzera e Italia corre un confine di oltre 740 chilometri e una storia diplomatica ancora più estesa. Sono infatti trascorsi 165 anni da quando, nel 1861, la Confederazione riconobbe – pur con una certa prudenza – il neonato Regno d’Italia. Da allora i due Paesi si misurano su questioni che cambiano forma ma non sostanza: migrazioni, sicurezza, valichi alpini. Un rapporto solido, certamente, ma attraversato da tensioni ricorrenti che ne rivelano la complessità.
Già nella fase postunitaria, il contrabbando di confine e la massiccia emigrazione italiana verso la Svizzera alimentarono questioni diplomatiche legate ai traffici commerciali, al lavoro stagionale e alla tutela dei migranti. Con il fascismo, le relazioni si fecero ancora più delicate: la Svizzera, pur fedele alla propria neutralità, dovette fronteggiare le pressioni del regime – che arrivò a elaborare, senza mai attuarlo, un piano d’invasione noto come Piano Vercellino – e gestire la presenza dei fuorusciti antifascisti (Italia fascista e Svizzera nella Seconda guerra mondialeCollegamento esterno. Mauro Cerutti, Rivista Scuola Ticinese, n. 232). Durante il conflitto, la gestione dei rifugiati e i respingimenti al confine divennero in effetti uno dei nodi più sensibili.
Il confine più pazzo del mondo:
Dopoguerra non privo di frizioni
Neppure il dopoguerra fu privo di frizioni. Negli anni Sessanta e Settanta, il sistema dei permessi stagionali e le condizioni di vita degli immigrati italiani alimentarono proteste e dibattiti, soprattutto in Ticino; nel 1964 nacque così l’accordo sull’immigrazione di manodoperaCollegamento esterno: un trattato controverso ma destinato a segnare una svolta duratura nella politica svizzera degli stranieri. Negli anni Ottanta e Novanta, nuove tensioni sorsero poi attorno alle controversie fiscali e bancarie, in particolare sul segreto bancario e sui capitali italiani depositati in Svizzera.
Anche episodi più circoscritti, come la crisi del 2010 sul trattamento dei frontalieri e le polemiche suscitate da alcune dichiarazioni politiche ticinesi, confermarono la persistente sensibilità della dimensione transfrontaliera. In quella fase di marcata tensione, il Canton Ticino arrivò a congelare il 50% dei ristorni fiscali dovuti all’Italia, utilizzando la misura come leva per sollecitare una rinegoziazione dell’accordo del 1974Collegamento esterno, ritenuto superato e penalizzante. Le richieste del Cantone includevano l’uscita della Svizzera dalle black list italiane e una revisione del regime fiscale dei frontalieri. I fondi furono sbloccati solo nel 2012, con la ripresa formale dei negoziati tra Roma e Berna.
Cooperazione economica a gonfie vele
Parallelamente, la cooperazione economica e culturale ha continuato a rafforzarsi. L’Italia resta uno dei principali partner commerciali della Svizzera e, come mostrano i dati della Banca d’ItaliaCollegamento esterno, gli investimenti elvetici mantengono un peso rilevante nella Penisola. Sul piano culturale, l’Istituto Svizzero di RomaCollegamento esterno è già attivo dal secondo dopoguerra, svolgendo un ruolo costante di ponte intellettuale tra le due nazioni.
La tragedia di Crans-Montana
Sono proprio questi antecedenti storici a offrire la chiave di lettura della più recente tensione diplomatica seguita ai fatti di Crans‑Montana. L’ondata emotiva suscitata dall’incendio ha infatti assunto rapidamente anche una dimensione politica, soprattutto dopo il rilascio su cauzione di uno dei co‑proprietari del locale in cui si è consumata la tragedia. La vicenda è sfociata nel richiamo dell’ambasciatore italiano a Berna e nella richiesta di istituire un Joint Investigation Team per l’inchiesta.
Le autorità elvetiche hanno ribadito il principio dello Stato di diritto e l’indipendenza della magistratura, concedendo nel frattempo quanto già previsto dagli strumenti di cooperazione giudiziaria internazionale, in particolare l’assistenza giudiziaria e l’accesso agli atti dell’inchiesta da parte italiana.
Non è tuttavia la prima occasione in cui la figura dell’ambasciatore italiano in Svizzera assume un ruolo di primo piano, come ricordano anche precedenti episodi richiamati dallo storico Sacha Zala in questo servizio del telegiornale:
Collegamento esternoCosa rimane allora della diplomazia tra Svizzera e Italia?
Rimane, innanzitutto, un esercizio di equilibrio: un continuo bilanciamento tra diritto, responsabilità e memoria condivisa, fondato su una vicinanza geografica che è anche, inevitabilmente, politica e sociale. Rimane anche la consapevolezza che le relazioni tra due Paesi non si esauriscono nelle crisi né si definiscono attraverso i momenti più tesi; sono, o dovrebbero essere, relazioni pazienti, costruite nel tempo, capaci di attraversare fasi difficili senza perdere la capacità di dialogo.
Se una lezione emerge anche dalla storia comune a Svizzera e Italia, è che la cooperazione non è mai un dato acquisito, bensì un processo che richiede cura costante, attenzione ai reciproci vincoli e la disponibilità a riconoscere le ragioni dell’altro: uno spazio fatto di pragmatismo e rispetto, nel quale la diplomazia può prosperare e in cui si misurerà la solidità del rapporto nei prossimi giorni, mesi e anni.
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