I genitori in Svizzera, loro in collegio in Italia: gli ex fanciulli dell’emigrazione si sono ritrovati
Nel weekend del 20 e 21 giugno c’è stato il raduno degli ex ospiti della Casa del fanciullo di Domodossola (Piemonte). Oggi hanno tra i 50 e i 60 anni: da bambini, mentre i genitori lavoravano e vivevano nella Confederazione, sono cresciuti nel collegio francescano. Storie e ricordi di chi è cresciuto lontano dalla famiglia.
Una decina di ex ospiti della Casa del fanciullo di DomodossolaCollegamento esterno, il collegio francescano nel nord del Piemonte dove nella seconda metà del secolo scorso sono cresciuti tanti figli di lavoratori e lavoratrici in Svizzera, si sono ritrovati nei giorni scorsi in val d’Ossola.
Oggi sono uomini tra i 50 e i 60 anni, abitano e lavorano tra l’Italia e la Confederazione, ma quando si sono conosciuti – all’inizio degli anni Ottanta – erano bambini o ragazzini e vivevano sotto lo stesso tetto nella struttura gestita dalle suore e dai frati.
Il raduno è stato al Treno dei bimbi di Baceno (Verbania), la colonia estiva costruita nel 1966 dai religiosi utilizzando alcune carrozze di treni donate a Padre Michelangelo Falcioni, il fondatore della parrocchia della Cappuccina di Domodossola, dall’amico Oscar Luigi Scalfaro, ai tempi ministro dei Trasporti e futuro presidente della Repubblica italiana.
Passati che restano nel presente
“Questo è stato l’ultimo raduno” spiega Germano Bacchetta, ex ragazzo della Casa del fanciullo e organizzatore dell’evento. “Abbiamo colto l’occasione del 60esimo anniversario della costruzione del villaggio e chiudiamo un cerchio”.
Da un lato, prosegue, tornare al Treno dei bimbi ha rappresentato “un modo per testimoniare il nostro passato”; dall’altro, la loro presenza ha voluto essere un segnale per far sì che la colonia (nel frattempo diventata una struttura ricettiva dove può soggiornare chiunque voglia trascorrere qualche giorno di relax immerso nei boschi dormendo in uno dei 28 vagoni) resti aperta: lo scorso autunno, infatti, i frati francescani hanno lasciato Domodossola, e da allora sul futuro dell’ex colonia rimangono delle incognite.
“Io mi auguro che il Treno dei bimbi possa continuare – prosegue –. Amo questo posto: ai tempi del collegio non vedevamo l’ora di salire qua per uscire un po’ dagli schemi”.
Attualmente il villaggio del Treno dei bimbi è di proprietà della Provincia del Piemonte dei frati cappuccini ed è dato in comodato a un’associazione, chiamata Solidarietà Fraterna, a sua volta legata ai frati che la gestiscono.
Dopo l’addio dei frati a Domodossola nel 2025, a occuparsi del villaggio è Padre Fausto Panepinto, proveniente da Varese. “Quest’anno è un esperimento, un anno di prova per vedere se è possibile gestire a distanza il Treno dei bimbi” spiega frate Claudio Passavanti, legale rappresentante dei Frati cappuccini del Piemonte.
“La volontà sarebbe quella di continuare, ma i frati non sono eterni. L’ideale sarebbe che ci fosse un altro ente, un’associazione, che prenda la gestione del villaggio. Siamo pronti al dialogo e a valutare una cosa del genere, tenendo presente che le persone che vengono qui sono legate all’esperienza dei frati e alla storia di Padre Michelangelo. Cedere la proprietà? Se troviamo qualcuno a cui interessa, possiamo anche dialogare. Ma la cosa più difficile da trasmettere resta l’eredità affettiva”.
“Io ho vissuto alla Casa del fanciullo dal 1981 al 1983 – prosegue Germano Bacchetta – e sono stati tre anni abbastanza positivi. Non posso lamentarmi, anche se è capitato anche a me di prendere qualche sberla da qualche frate. Ciascuno di noi, finito il collegio, ha fatto la propria vita. Poi, con gli anni e grazie ai social network, ci siamo rimessi in contatto”.
Il primo raduno è stato nel 2016: “Lo organizzammo proprio alla Casa del fanciullo, ricordando ciò che avevamo vissuto e tornando nei luoghi dove eravamo stati. E non per tutti il collegio fu così bello”.
La famiglia lontana
Le storie di chi visse in quelle stanze si assomigliano, ma non sono tutte uguali. Alcuni erano figli di lavoratori italiani stagionali in Svizzera che avevano il permesso di stare nove mesi all’anno nella Confederazione, ma che non potevano portare con sé oltre confine i propri figli, che spesso venivano quindi lasciati nei collegi italiani vicini al confine, come nel caso di Domodossola.
Altri sviluppi
Quei figli di immigrati costretti a vivere sottovoce
Altri ospiti, invece, vissero per anni separati dai genitori benché potessero, sulla carta, rimanere in Svizzera. È il caso di Paolo Rotolo e di Denis Landi: figli di immigrati italiani, nati nella Confederazione ma mandati a studiare in Italia per scelta dei genitori. “Mio papà e mia mamma si sono trasferiti in Svizzera nel 1960, pensando di lavorare lì soltanto qualche anno – racconta Denis –. Per non farmi iniziare un percorso scolastico fuori dall’Italia, mi hanno mandato in collegio. Siccome in Svizzera si lavorava bene, alla fine loro sono stati più di 30 anni e io sono rimasto in collegio fino a quando ho finito le scuole, trascorrendo cinque anni a Como e otto a Domodossola”.
Simile è la storia di Paolo, la cui famiglia è originaria del sud Italia: “Sono nato in Svizzera, i miei genitori lavoravano vicino a Berna, ma io ho vissuto in Puglia dai nonni fino all’età di cinque anni e mezzo. Visto che non sapevo il tedesco, hanno pensato di mettermi in un collegio vicino alla frontiera, così potevano venire più spesso a trovarmi e casomai un giorno loro fossero voluti rientrare in Italia io sarei già stato iscritto a una scuola italiana. Ma finite le scuole, i miei erano ancora lì. Quando sono entrato alla Casa del fanciullo di Domodossola era il 1979 e avevo sei anni. Ci sono rimasto dalla prima elementare fino alla terza media, nel 1988”. La vita in collegio, ricorda, “non era facile. Ho ricordi sia felici sia tristi: si fanno amicizie, ma ero lontano dai miei genitori. Io l’ho vissuta con un po’ di tristezza. E poi, quando mi sono trasferito anche io in Svizzera a quasi 15 anni, è stato strano ritrovarsi a vivere con genitori che non conosci, con cui non hai mai vissuto a parte i tre mesi d’estate. Mi sentivo come un estraneo a casa dei miei”.
Mentre parlano, sullo schermo di un telefono appare una fotografia in bianco e nero: è dei primi anni Ottanta ed è stata scattata nel refettorio del collegio di Domodossola. Si vedono tanti bambini seduti a tavola, e tra loro ci sono Germano e Paolo: “Mangiavamo tutti insieme, i più piccoli come me e i più grandi come lui” dice quest’ultimo.
Tra i partecipanti al raduno c’è pure Marcello Mariani, anche i suoi genitori lavoravano in Svizzera: “Ciò che abbiamo vissuto non è una cosa semplice e la situazione ci ha lasciato ferite molto profonde – dice –. A distanza di tanti anni, molti che erano in collegio con noi preferiscono non farsi sentire e non partecipare a questi raduni, forse per paura di esternare le loro sensazioni”. Lui arriva dall’Abruzzo, e per esserci ha percorso quasi 1’500 chilometri. “Quello che abbiamo vissuto noi in collegio oggigiorno non esiste più: siamo stati picchiati, presi a sberle, ci ficcavano la faccia nei piatti se ci rifiutavamo di mangiare qualcosa da quei piatti gialli. Qualche anno fa sono andato a trovare un altro ex ospite del collegio più giovane di me: parlando mi ha rivelato che ancora oggi non mangia una certa pietanza perché un giorno una suora gli prese i capelli, lo tirò indietro e gli infilò quel cibo in bocca. Lui vomitò sul tavolo e la suora gli mise la testa dentro. Questo è quello che ricordo io del collegio”.
I genitori di Marcello vivevano in Svizzera e, anche nel suo caso, la scelta di non farlo studiare oltre confine era dettata dall’attesa di far rientro in Italia. “La loro idea era di lavorare qualche anno, mettere da parte un po’ di soldi, costruirsi la casa e tornare in Italia. Hanno fatto sacrifici per tutta la vita, rinunciando alla famiglia. E alla fine quella casa non se la sono mai goduta”.
Del periodo a Domodossola ricorda anche i viaggi in treno per andare da mamma e papà nel fine settimana. “Già a nove anni viaggiavamo con il passaporto: all’una del sabato andavamo di corsa a fare il biglietto, si arrivava a casa alle otto di sera, al mattino dopo si doveva tornare presto perché a metà pomeriggio Padre Michelangelo faceva la riunione. Per me gli anni alla Casa del fanciullo sono stati la situazione più brutta in assoluto che ho vissuto, ma rivedere qui gli altri ragazzi è la cosa più bella. Stiamo fino alle quattro del mattino in camera a ridere e scherzare, a parlare e raccontarci di noi: evadiamo da ogni altra situazione”.
Corsi e ricorsi storici
A Baceno, per unirsi al raduno, è arrivato anche Giuseppe Ferrante: nato in Svizzera, ha trascorso alla Casa del fanciullo di Domodossola otto anni, tra il 1981 e il 1989. “Sono stato diverse volte a questi raduni, l’idea mi piace – racconta –. Stare insieme ci fa ripensare al passato, a quando eravamo bambini, a ciò che facevamo. Ci divertiamo, ridiamo ed è un modo di ricordare, anche se faccio ancora un po’ fatica a vedere i frati francescani: mi viene la rabbia, perché ho vissuto l’esperienza di Padre Michelangelo e di come in collegio i ragazzi venivano picchiati”.
I genitori di Giuseppe, di origine abruzzese ma che ai tempi vivevano e lavoravano vicino a Berna, lo mandarono in collegio al di là del confine a causa di un problema di udito, preferendo fargli studiare l’italiano anziché la lingua dei segni. “Quando sono arrivato a Domodossola c’erano tanti bambini, penso più di 200, la maggior parte dei quali poteva nel fine settimana fare ritorno per qualche ora a casa in Svizzera” ricorda.
Ma oltre a loro, c’erano anche i figli dei lavoratori con permessi stagionali, per i quali le porte della Svizzera erano chiuse per legge e non soltanto per la volontà dei propri genitori. Per una coincidenza temporale, l’appuntamento al Treno dei bimbi di Baceno è stato organizzato pochi giorni dopo il voto popolare sull’iniziativa (respinta) “No a una Svizzera da 10 milioni”, che prevedeva di porre un limite alla popolazione elvetica ricorrendo, se necessario, anche a una stretta sui ricongiungimenti familiari. “Scoprire, qualche anno fa, che in Svizzera è esistito lo statuto degli stagionali mi ha un po’ destabilizzato, perché da che mondo è mondo i genitori stanno con i figli e viceversa – sostiene Denis Landi –. È una cosa che non reputo giusta, penso sia stata una sorta di barbarie nei confronti dei bambini”.
Dal passato degli stagionali un monito per il presente
Sullo statuto di stagionale, abrogato nel 2002 con l’entrata in vigore degli accordi con l’UE, abbiamo chiesto un commento all’associazione Tesoro, fondata nel 2021 per rappresentare gli interessi delle famiglie di questi lavoratori e lavoratrici. “L’ingiustizia dello statuto dello stagionale mostra delle continuità storiche, i cui effetti si estendono fino ad oggi e scavalcano le generazioni. Per questo non possiamo essere indifferenti a questa iniziativa e al risultato del voto – dichiara Salvatore Bevilacqua, membro del consiglio direttivo dell’associazione –. Dal 1970 a oggi sono state circa una ventina le volte in cui il popolo svizzero è stato chiamato alle urne per esprimersi su temi che legano la sicurezza del paese all’immigrazione o ai richiedenti asilo. Facciamo notare che quando si parla di questi argomenti, molto spesso si analizza l’impatto sull’economia, e quasi mai la dimensione umana. La nostra esperienza ci ricorda l’importanza di considerare sempre, accanto agli aspetti economici e demografici, anche la dimensione umana e familiare delle politiche migratorie. Come associazione saremo sempre in prima linea per ricordarlo: la storia degli stagionali mostra quali conseguenze possano esserci quando i diritti delle famiglie passano in secondo piano”.
Gli fa eco Giulia Bernardi, anche lei membro del consiglio direttivo: “L’iniziativa ha messo in discussione, ancora una volta, il diritto fondamentale a una vita con la propria famiglia. Il fatto che non sia stata accettata è certamente una buona notizia; tuttavia, non è rimasta priva di conseguenze, poiché l’iniziativa ha contribuito a spostare il limite di ciò che è considerato dicibile. L’iniziativa aveva anche il nome di “Iniziativa per la sostenibilità”: i promotori del Sì hanno rappresentato il fenomeno migratorio come un problema anche per la sostenibilità ecologica del paese, paragonando la migrazione all’inquinamento ambientale. Questo paragone è profondamente razzista”.
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