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Viaggio sulla via della denatalità in Svizzera

Un bimbo piccolo seduto tra le gambe del papà.
La crescita demografica sostenuta rilevata l’anno scorso in Svizzera, è figlia soprattutto dell’immigrazione. KEYSTONE/© KEYSTONE / GAETAN BALLY

In Svizzera nel 2023 (il dato, ancora provvisorio, è di alcune settimane fa) il numero medio di figli per donna è stato di 1,33, contro l’1,39 del 2022, il più basso mai registrato.

Da Berna a Roma, passando per Pechino. Mentre in Italia si sono appena conclusi i cosiddetti “Stati generali della natalità”, da dove giungono numeri preoccupanti sul calo delle nascite, il fenomeno è ben presente e gravido di conseguenze anche nella Confederazione.

Lo scorso anno in Svizzera sono stati contati 79’800 nati vivi, 2’500 in meno dell’anno precedente. La fecondità si situa a un livello basso da due anni con 9 nascite ogni 1’000 abitanti nel 2023, 9,4 nel 2022. Il calo delle nascite è riscontrabile nella maggior parte dei cantoni. Fanno eccezione Basilea Città, Uri, Giura, Osvaldo Lucerna e Appenzello Interno. Quanto all’incremento naturale della popolazione, è stato di 8’200 persone, visto che il numero dei decessi rimane elevato.

La crescita demografica sostenuta rilevata l’anno scorso in Svizzera (che al 31 dicembre aveva una popolazione residente di 8’960’800 abitanti, vale a dire +1,6%) è figlia soprattutto all’immigrazione e anche dell’inclusione nel conteggio dei rifugiati ucraini.

In Italia la situazione è peggiore

Se in Svizzera si fanno sempre meno figli, in Italia va peggio. Il trend è costante, dai 577’000 nuovi nati nel 2008 si è arrivati nel 2023 a 379’000 nascite. I calcoli sul futuro sono ancora più preoccupanti: nel 2050 ci sarà un giovane ogni tre anziani, con tutte le conseguenze sociali annesse.

Anche in Italia il 2023 è stato un anno di culle vuote con il numero medio di figli per donna che è sceso a 1,20 contro 1,24 dell’anno precedente. Certo il minimo storico resta quello del 1995 con 1,19 figli per donna, ma la media dell’UE con 2,46 appare ancora più lontana. “È come un terremoto di cui non si vedono le crepe, ma che farà crollare tutto e renderà il Paese più povero”, è l’analisi impietosa di Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la Natalità e organizzatore degli “Stati generali della natalità”. Non solo si fanno sempre meno figli, ma sempre più tardi. In media appena sopra i 31 anni, con quasi una donna su dieci che diventa madre dopo i 40.

Durante la kermesse romana è stato ribadito che le aspirazioni di chi vuole diventare genitore vanno sostenute con politiche di welfare adeguate. Servirebbe un’agenzia per la natalità, concludono i vari relatori, ma la politica italiana non sembra andare in questa direzione. Il governo in carica, a parole attento alla tematica, ha di fatto lasciato scadere la delega per l’attuazione del Family Act, un provvedimento voluto dal precedente governo Draghi, ma che, a parte l’assegno unico per chi fa figli, non è mai stato attuato per mancanza di fondi.

La Cina non fa più figli

In Cina, dove per decenni era stata introdotta la politica del figlio unico per frenare la crescita demografica fuori controllo, almeno dal 2016 il governo lotta contro il fenomeno inverso. Con poco successo. I dati dicono che i cinesi oggi scelgono di non fare figli e frenano anche sul matrimonio. Ciò avviene perché la popolazione si interroga su lavoro, welfare, assistenza sanitaria, casa e istruzione. E l’instabilità su questi fronti fa guardare al futuro con incertezza e assenza di progettualità.

“L’educazione in Cina è molto severa e costosa. Se non sei abbastanza ricco, se non puoi supportare economicamente i tuoi figli per avere una migliore istruzione, un buon stile di vita sano, perché mai dovresti metterli al mondo?”, è la domanda retorica di Yang, 32enne single, che di mestiere fa la videomaker.

Una spiegazione molto “occidentale” alla denatalità la fornisce Zoey, 36 anni, sposata da un anno, la quale spiega così perché non ha figli: “Io e mio marito ci siamo trasferiti in una città più grande per studiare, entrare all’università, poi ancora in altre città per lavorare. Per tutto ciò ho impiegato dieci anni. Se avessi 26 anni ci penserei, ma ora ne ho 36 e ci costerebbe troppo. Molti di noi vogliono cogliere le opportunità che offre la vita. Non vogliamo abbassare il nostro stile di vita o ritardare l’età della pensione per avere un bambino”.

Un altro aspetto che grava sulle coppie di migranti urbani è l’Hukou, il certificato di residenza urbana molto difficile da ottenere. “Se vogliamo che i nostri figli ricevano un’istruzione in una città di primo livello come Pechino, è necessario comprare una casa, avere il certificato di residenza. Ma i prezzi delle case a Pechino sono molto alti. Dovremmo fare un mutuo che ci causerebbe molta pressione finanziaria e renderebbe la nostra vita meno libera e confortevole di quanto non sia adesso”, conclude Zoey.

Berna, Roma o Pechino di passeggini per strada se ne vedono sempre meno.

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