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Suicidio assistito, nuova autodenuncia di Marco Cappato

In dicembre lo ha detto sempre Marco Cappato accompagnerà un'altra persona in Svizzera per il suicidio assistito Keystone / Riccardo Dalle Luche

Marco Cappato, il tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni,  si è autodenunciato sabato mattina dai carabinieri della compagnia Duomo a Milano per aver accompagnato in una clinica svizzera, dove venerdÌ è morto con suicidio assistito, Romano, un 82enne di origini toscane e residente a Peschiera Borromeo, nel Milanese.

Questo contenuto è stato pubblicato il 26 novembre 2022 - 12:43
tvsvizzera.it/fra

Per Cappato si tratta di una "nuova disobbedienza civile", l'aver accompagnato Romano in Svizzera poiché l'uomo non era tenuto in vita "da trattamenti di sostegno vitale". Un caso simile a quello della 69enne veneta Elena Altamira, malata terminale di cancro morta in Svizzera la scorsa estate con suicidio assistito. 

Si tratta, ha spiegato l'avvocato Gallo, di casi che non rientrano in quelli previsti dalla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale italiana sul caso Cappato-Dj Fabo per l'accesso al suicidio assistito in Italia.

A seguito del processo subito da Cappato per l'aiuto fornito a Fabiano Antoniani, e grazie alla sentenza 242 della Corte costituzionale, il suicidio assistito in Italia "è possibile e legale quando la persona malata che ne fa richiesta è affetta da una patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli e tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale".

Rimangono quindi esclusi da queste possibilità numerosi malati, tra cui appunto Romano. Le sue due ultime iniziative, spiega il tesoriere dell'Associazione Coscioni, hanno "l'obiettivo di superare le attuali discriminazioni tra persone malate e consentire il pieno rispetto della volontà anche delle persone affette da patologie irreversibili, fonte di sofferenza, pienamente capaci ma non ancora tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale". 

Il caso

Marco CAppato ha deciso nuovamente di accompagnare alla clinica Dignitas di Zurigo una persona che ha scelto di morire per "porre fine alle sue sofferenze" e che non rientrava nei paletti fissati dalla Consulta. In particolare, non era ancora attaccato alle macchine per sopravvivere.

A dare voce per prima a Romano, 82 anni di origini toscane e residente a Peschiera Borromeo (Milano), ex giornalista e pubblicitario, è stata la moglie con un video registrato giovedi in Svizzera e diffuso venerdì "Mio marito Romano è affetto da una grave malattia neurodegenerativa, una forma di Parkinson molto
aggressiva che gli ha paralizzato completamente gli arti e che ha prodotto una disfagia molto severa che lo porterà a breve a una alimentazione forzata".

La dichiarazione della donna continua poi parlando della decisione del marito: "Quando a inizio luglio Romano ha espresso in maniera molto responsabile e consapevole il desiderio di interrompere questa lunga sofferenza - chiarisce la donna in un video registrato nella serata di giovedì in Svizzera - ci siamo rivolti per informazioni all'Associazione Luca Coscioni e abbiamo chiesto aiuto anche a Marco Cappato. Tutto questo per evitare - aggiunge - problemi legali visto che nel nostro Paese non esiste un
quadro legislativo chiaro sulla scelta del fine vita che è un diritto fondamentale dell'uomo".

La denuncia di Pro Vita

Non si è fatta attendere la reazione di Pro Vita & Famiglia Onlus. Ecco cosa ha scritto il portavoec Jacopo Coghe:

"Caro Marco Cappato, uccidere non è un diritto civile, accompagnare una persona malata a porre fine alla sua vita non è un atto di civiltà. L'unico diritto inviolabile delle persone malate è quello di essere accolte, curate, assistite e avere la possibilità di accedere facilmente alle cure palliative. Per l'ennesima volta Cappato tenta
attraverso la violazione della legge italiana di far pressione sull'ordinamento italiano perché vengano riconosciuti e legalizzati il suicidio assistito e l'eutanasia, nel caso specifico addirittura ammettendo che l'uomo che ha accompagnato in Svizzera affetto da Parkinsonismo atipico non rientra nei casi previsti dalla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale sul caso di Dj Fabo. Chiediamo quindi a Governo e Parlamento di intervenire affinché siano finalmente messi in atto tutti gli aiuti necessari per sviluppare le cure palliative, le attività degli hospice e l'assistenza ai malati e ai loro familiari così come previsto dalla legge legge n. 38 del 2010". 

Un altro viaggio in dicembre

Soccorso civile, una delle associazione di cui è responsabile Marco Cappato, aiuterà "nel mese di dicembre" un'altra persona che "ha appuntamento" per andare a morire in Svizzera "che si è rivolta a noi: ci siamo presi l'impegno di aiutarlo". Cappato lo ha detto dopo essersi denunciato dai carabinieri di Milano per aver accompagnato a morire in Svizzera Romano, di 82 anni.
 

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