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Soia, cocco e affini minano la biodiversità

Campi di soia in Brasile.
Campi di soia vicino a Bahia in Brasile. EPA/SEBASTIAO MOREIRA

La produzione di olio di palma, soia e noci di cocco ha un impatto maggiore sulla biodiversità di quanto stimato finora.

Secondo uno studio del Politecnico federale di Zurigo (ETH), pubblicato sulla rivista scientifica Nature FoodCollegamento esterno, la coltivazione di piante oleaginose è responsabile dell’1,5% della perdita mondiale di specie animali e vegetali.

I ricercatori dell’istituto zurighese hanno rilevato che tra il 1995 e il 2020 gli effetti della produzione di oli vegetali sulla biodiversità sono aumentati dell’80%. L’analisi ha preso in esame 19 diverse colture sfruttate nell’industria alimentare e cosmetica o per la produzione di mangimi. Palme da olio, soia e cocco rappresentano da sole circa il 75% delle perdite di biodiversità attribuite a queste produzioni.

Lo studioCollegamento esterno evidenzia inoltre che circa il 70% degli impatti è legato all’utilizzo degli oli vegetali a scopi alimentari, mentre il restante 30% deriva da impieghi quali biocarburanti e bioplastiche.

Le conseguenze più gravi si osservano nelle regioni tropicali, dove l’espansione delle superfici coltivate avviene spesso a scapito di habitat naturali dove il numero di specie è particolarmente elevato.

Secondo i ricercatori, oltre la metà dei danni causati alla biodiversità mondiale è però da attribuire ai Paesi consumatori e non a quelli produttori. Cina, Unione europea e Nord America sarebbero responsabili complessivamente di quasi il 60% dell’impatto climatico.

Per ridurre i danni, gli autori dello studio chiedono una produzione più sostenibile, una diminuzione della deforestazione e maggiori investimenti nella tutela degli ecosistemi nei Paesi produttori, oltre a cambiamenti nelle abitudini di consumo.

“Un fattore chiave è investire nei paesi produttori per migliorare la produzione e proteggere gli ecosistemi”, afferma Stephan Pfister, responsabile dello studio.

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