Shoah, in Svizzera un monito contro ogni forma di intolleranza
In occasione della Giornata della Memoria, il presidente della Confederazione, attraverso il ricordo del salvataggio di una famiglia ebrea ungherese, ha riaffermato l'impegno elvetico contro ogni forma di razzismo e antisemitismo, sottolineando l'importanza del coraggio civico e dell'educazione per evitare il ripetersi di tali tragedie.
La Svizzera ribadisce con fermezza la determinazione a combattere l’antisemitismo e ogni altra forma di razzismo, intolleranza e discriminazione. Questo in sintesi il messaggio del presidente della Confederazione, Guy Parmelin, in occasione della Giornata internazionale di commemorazione delle vittime della Shoah, un crimine atroce da cui trarre insegnamento affinché simili tragedie non si ripetano mai più.
Oggi, nell’81esimo anniversario della liberazione del campo di concentramento e sterminio di Auschwitz, “commemoriamo i sei milioni di ebrei uccisi durante la Seconda guerra mondiale”. Onoriamo inoltre le popolazioni Rom, Sinti e Yenish, nonché tutte le vittime che hanno sofferto a causa del nazismo e della sua politica di sterminio perseguita in modo sistematico e su larga scala, si legge nel comunicato.
Un destino straordinario
Nel suo messaggio, Parmelin ricorda anche la storia drammatica delle sorelle, di madre svizzera, Eva Koralnik e Vera Rottenberg in Ungheria, vittime di persecuzione razziale, sopravvissute alla politica di annientamento del Terzo Reich. Si tratta di un destino che “rappresenta una vicenda straordinaria, densa di insegnamenti che devono ispirare le nostre azioni di oggi e di domani”.
Con l’occupazione del Paese da parte della Germania nazista, nel marzo 1944, ebbe inizio la deportazione di massa: tra maggio e luglio dello stesso anno, oltre 430’000 ebrei dei territori ungheresi furono deportati ad Auschwitz e in altri campi di sterminio.
Il servizio del TG 20.00 della RSI del 27 gennaio 2026:
A Budapest Berta Rottenberg, madre di Eva e Vera, si trovò così in una condizione di estrema vulnerabilità: il marito ungherese era stato costretto ai lavori forzati in quanto ebreo e su di lei gravava la responsabilità delle due giovani figlie. Si nascose così in una città in cui tuttavia le retate rappresentavano una minaccia costante. Nata in Svizzera, aveva automaticamente perso la cittadinanza sposando uno straniero, come previsto dalla legge dell’epoca. A ciò si aggiungeva il fatto che il confine svizzero rimase chiuso ai rifugiati ebrei fino al luglio 1944.
Il salvataggio
Fu grazie all’impegno e al coraggio del diplomatico svizzero Harald Feller che Berta Rottenberg riuscì infine a ottenere i documenti necessari per lasciare il Paese insieme alle sue due figlie per rifugiarsi in Svizzera.
La storia della famiglia Rottenberg dimostra come un’intera comunità possa essere perseguitata unicamente per la propria identità. Sapendo come l’antisemitismo sia servito per compiere crimini atroci, “dobbiamo prendere con la massima serietà il suo attuale ritorno, visibile anche in Svizzera”. È inaccettabile che persone e comunità ebraiche si sentano nuovamente minacciate. L’antisemitismo, al pari di ogni forma di odio fondato sulla razza, l’etnia o la religione, è incompatibile con una società democratica basata sulla tolleranza, sul rispetto e sulla pacifica convivenza.
Questo destino straordinario mette inoltre in luce la resilienza che accomuna molti sopravvissuti. Dopo aver avuto la possibilità di ricominciare una nuova vita in Svizzera, la famiglia Rottenberg ha offerto un contributo di grande rilievo al nostro Paese: Eva è divenuta agente letteraria, mentre Vera è stata la seconda donna a ricoprire la carica di giudice presso il Tribunale federale. Ancora oggi, entrambe sono impegnate attivamente nella prevenzione, in particolare tra le giovani generazioni.
Coraggio civico
La storia del salvataggio della famiglia Rottenberg evidenzia anche l’importanza del coraggio civico. Assumendosi gravi rischi per proteggere gli altri ben oltre i propri doveri, Harald Feller è stato riconosciuto come “Giusto tra le Nazioni”.
Se l’eroismo non può essere preteso da tutti, ciascuno di noi può tuttavia agire nel proprio piccolo, anche in modo discreto, nelle situazioni critiche. Dovremmo dunque lasciarci guidare da un’etica della responsabilità civica e dell’impegno per il bene comune, sottolinea il presidente della Confederazione.
Un impegno sempre attuale contro l’intolleranza
Raccontare i fatti storici di quel periodo tragico e trarne insegnamento è essenziale affinché non si ripetano. Questo è uno dei compiti fondamentali del futuro memoriale svizzero dedicato alle vittime del nazismo, che il Consiglio federale ha deciso di erigere a Berna. Un progetto concreto dovrebbe essere selezionato nel 2026 e realizzato nel 2027, in stretta collaborazione con la città di Berna.
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Ciò è tanto più urgente in quanto assistiamo a un preoccupante aumento delle radicalizzazioni identitarie e dell’intolleranza. Consapevole della necessità di adottare misure concrete e coordinate, lo scorso dicembre il Consiglio federale ha approvato la prima strategia nazionale contro il razzismo e l’antisemitismo.
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