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Salario minimo, si muovono i cantoni 

Un ristorante all aria aperta in Svizzera.
Secondo i partiti di sinistra, un salario minimo aiuterebbe chi lavora in settori a basso reddito, come quello della ristorazione. © Keystone / Urs Flueeler

A Vaud si andrà alle urne sulla proposta di introdurre un salario minimo di 23 franchi l'ora. Mentre i cantoni si muovono, una nuova legge federale potrebbe azzerare la questione.  

A Losanna, un comitato ha depositato martedì scorso 32’000 firme perché si tengano due distinti, ma complementari, referendum popolari: uno per ancorare il principio del salario minimo nella Costituzione, l’altro perché si lavori ad una legge per implementarlo.  

Il comitato, formato da sindacati e partiti di sinistra, ha definito la proposta “di grande attualità”, dato che l’aumento dell’inflazione, ed il rincaro dei costi dell’assicurazione sanitaria e degli affitti mettono sotto pressione le persone a basso reddito. Il comitato ritiene dunque opportuno che le due iniziative vengano rapidamente esaminate dalla Cancelleria cantonale, affinché la cittadinanza possa in tempi brevi essere chiamata a esprimersi.  

L’esempio vodese è solo l’ultimo di una serie che mostra come in Svizzera il tema del salario minimo sia diventato materia di dibattito nei cantoni e a livello locale. Dieci anni fa, il popolo svizzero ha chiaramente respinto un’iniziativa che chiedeva di introdurre un salario minimo con paga oraria di 22 franchi, che sarebbe stata senza dubbio la più alta al mondo.  

Negli ultimi anni, però, cinque dei 26 cantoni elvetici hanno invece votato a favore dell’introduzione di un salario minimo. L’ha fatto Neuchâtel nel 2017 (20,77 franchi), Giura nel 2018 (20,60 franchi), Ginevra nel 2020 (23 franchi), il Ticino nel 2021 (19 franchi) e infine quest’anno è toccato a Basilea città (21 franchi). Alcuni degli importi sono stati nel frattempo ritoccati al rialzo, per adeguarli all’aumento del costo della vita. Analoghe iniziative sono state inoltre avviate in molti altri cantoni, mentre nello scorso giugno Zurigo e Winterthur sono divenute le prime città svizzere a seguire la tendenza, introducendo un salario minimo di rispettivamente 23.90 e di 23 franchi.  

C’è chi dice no 

L’attivismo dei comitati locali si sta tuttavia scontrando con una certa resistenza politica, e con iniziative legali. Le leggi di Zurigo e Winterthur, per esempio, sono attualmente congelate in attesa che vengano esaminati i ricorsi depositati da gruppi formati da datori e datrici di lavoro. Nicole Barandum, per le aziende zurighesi, lo scorso mese ha dichiaratoCollegamento esterno alla radio svizzera di lingua tedesca SRF che se ogni comune dovesse introdurre il proprio salario minimo, ci si ritroverebbe nel caos. Per questo, ha spiegato Barandum, la decisione di chiedere una verifica sulla coerenza delle decisioni comunali con il quadro giuridico.   

Rimarrà da vedere se l’appello avrà successo. Nel 2017, il Tribunale federale si era espresso sulla materia, con una decisione che ha sancito la costituzionalità di salari minimi cantonali. Ma fissarne invece a livello cittadino, è terreno del tutto nuovo. In ogni caso, SRF ha riferito che le autorità delle due città hanno avviato i preparativi per applicare le nuove leggi.  

Un’ulteriore sfida si prepara nel frattempo a Berna, dove lo scorso dicembre il Parlamento ha approvato una mozione che chiedeva di dare priorità a quanto prevedano i contratti collettivi di lavoro (CCL), piuttosto che a salari minimi stabiliti a livello locale o cantonale. Il testo della mozione, depositata dal deputato Erich Ettlin dell’Alleanza di Centro, propone che in settori nei quali sia stato negoziato un CCL, questo sarebbe valido a prescindere da cosa stabilisca un eventuale salario minimo cantonale e questo, anche laddove la cifra negoziata nel CCL fosse inferiore a quella prevista a livello locale. Una disposizione simile è già presente nelle leggi di tre cantoni, ma se la mozione Ettlin divenisse legge federale, avrebbe un impatto diretto sugli stipendi, per esempio, a Neuchâtel e Ginevra. Nella città/Cantone sulle rive del lago Lemano, il sindacato Unia ha calcolatoCollegamento esterno che per esempio finirebbe per incidere in maniera netta sui salari mensili di parrucchieri e parrucchiere, che diminuirebbero di 1’000 franchi.  

Dopo l’approvazione della mozione da parte del Parlamento, tocca ora al Governo federale preparare una bozza di legge, che le Camere dovranno poi discutere. La sinistra promette battaglia, compreso raccogliere le firme necessarie per lanciare un nuovo referendum.  

Una specialità svizzera 

Vista dall’estero, la questione potrebbe sembrare secondaria, in un Paese nel quale gli stipendi sono in ogni caso piuttosto elevati. Ma in Svizzera questi dibattiti sono piuttosto iconici di quanto nel sistema elvetico, profondamente federale, i partiti possano talvolta, a seconda dei temi, optare per concentrare i loro sforzi a livello nazionale, oppure locale. Il tema dei salari minimi, allora, esattamente come il congedo di paternità o i diritti di migranti illegali, sono esempi di come le città possano implementare “idee di sinistra, che a livello nazionale non hanno nessuna possibilità di essere approvate”, come ha scritto in giugno il domenicale NZZ am SonntagCollegamento esterno

La Svizzera, luogo di opulenza?  

Un salario minimo di 23 franchi l’ora, o un mensile di 4’186 per una settimana lavorativa di 42 ore, sono senz’altro elevati a livello internazionale. Dopo la Svizzera c’è solo il Lussemburgo, con un mensile minimo di 2’414 franchi. In Germania, il salario minimo consiste in 12 euro l’ora. Tuttavia, nella Confederazione il costo della vita e gli stipendi sono generalmente alti, ed il salario medio mensile è di 6’665 franchi.  

Nonostante questo, nel 2021 circa 745’000 persone (su una popolazione di quasi nove milioni) vivevano con entrate considerate inferiori alla soglia della povertà, che in Svizzera si situa al di sotto di un salario medio mensile di 2’289 franchi per una persona sola, e di 3’989 per due persone adulte con due bimbi o bimbe. 

La tendenza, sottolineava il periodico zurighese, sarebbe figlia di un evidente cambiamento politico cui il Paese ha assistito negli anni più recenti: le aree urbane hanno svoltato a sinistra, mentre quelle rurali sono rimaste più conservatrici. I partiti di sinistra sono consapevoli della novità, che hanno finora – e con successo – sfruttato a loro vantaggio.  

Paradossalmente la destra, che sulla carta si presenta come indefessa sostenitrice della decentralizzazione, si ritrova allora, come nella questione del salario minimo, a schierarsi per una posizione opposta e a lottare perché prevalga una logica invece “nazionale”.  

Spiegando le ragioni del loro supporto alla mozione Ettlin, lo scorso dicembre alcuni parlamentari di destra hanno dichiarato che essa “rinforzerebbe il partenariato sociale, che ha garantito la pace nel mondo svizzero del lavoro per oltre 100 anni”. Insomma, se la destra svizzera si profila spesso per la sua strenua difesa del federalismo, in questo caso argomenta che l’approvazione nei cantoni, quindi a livello decentralizzato, di un salario minimo metterebbe a repentaglio l’equilibrio fra manodopera e datori e datrici di lavoro. Ha commentato Barandum nell’intervista rilasciata a SRF: “C’è la questione delle decisioni democratiche, e ci sono leggi. Non si può votare su ogni cosa”.  

La corsa alle urne 

Nel caso del canton Vaud, il comitato dell’iniziativa non si è fatto intimidire dagli avvenimenti bernesi. Al contrario, il testo presentato propone esattamente il contrario rispetto alla mozione Ettlin: dare priorità al salario minimo proposto di 23 franchi, su quello previsto dai contratti collettivi di lavoro. “Il salario minimo è uno strumento di politica sociale” per consentire a lavoratori e lavoratrici “una vita dignitosa”, ha scritto il comitato nel suo sito webCollegamento esterno. Sottolineando che altri aspetti invece definiti dai CCL, dalla formazione continua, al diritto alle vacanze e all’avanzamento di carriera, rimangono validi.  

Per quanto concerne la mozione Ettlin, il comitato ritiene che essa ponga “enormi problemi di tipo istituzionale” e che il processo che ha attivato richiederà in ogni caso degli anni, prima di arrivare a qualunque conclusione. Per questo, insistono, il canton Vaud dovrebbe nel frattempo avere il diritto di “prendere decisioni sovrane sulla questione”. Potrebbe però volerci molto tempo anche perché la cittadinanza vodese possa esprimersi: il comitato ha detto al quotidiano Le TempsCollegamento esterno che il quesito non arriverà alle urne prima del 2025.  

Serena Tinari

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