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Pene detentive sospese per due leader “Junge Tat”

tribunale di zurigo
ZH: pene detentive sospese per due leader "Junge Tat" Keystone-SDA

I due leader del gruppo di estrema destra "Junge Tat" sono stati condannati a pene detentive sospese di 12 mesi per discriminazione e incitamento all'odio a seguito di due azioni di disturbo a Zurigo.

Il Tribunale distrettuale di Zurigo ha dichiarato colpevoli di diversi reati i due leader del gruppo di estrema destra “Junge Tat”. Per una parte delle accuse sono invece state pronunciate sentenze di assoluzione.

La corte ha dichiarato Tobias Lingg e Manuel Corchia colpevoli, tra l’altro, di discriminazione e incitamento all’odio. I due estremisti di destra sono stati condannati a pene detentive sospese di 12 mesi ciascuno. Il periodo di prova è di quattro anni.

Altri tre membri sono stati condannati a pene pecuniarie con la condizionale. L’unica donna del gruppo, anch’essa sotto processo, è stata assolta. Le sentenze non sono ancora cresciute in giudicato e possono essere impugnate.

Il primo episodio incriminato risale a giugno 2022, quando persone mascherate avevano cercato di disturbare una messa nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo durante il Pride, con lo scopo di deporre nell’edificio una croce di legno bianca alta 2,4 metri posta su un basamento di cemento, con la scritta Nopridemonth (letteralmente no a un mese di parata dell’orgoglio).

In un secondo episodio, avvenuto nell’ottobre dello stesso anno, era stata effettuata un’azione di disturbo durante una lettura, da parte di drag queen, destinata ai bambini alla Tanzhaus di Zurigo. Tre persone che si erano introdotte nello stabile, dove erano presenti una cinquantina di persone, avrebbero registrato di nascosto alcune conversazioni e tentato di srotolare uno striscione. Davanti all’edificio, altri membri del gruppo avevano acceso fuochi d’artificio, intonato slogan e distribuito volantini.

Nel corso del processo il Ministero pubblico aveva chiesto, per i due principali imputati, una pena detentiva di quindici mesi di carcere, di cui sei mesi da scontare. Gli avvocati avevano invece domandato l’assoluzione, invocando la libertà d’espressione.

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