Oggi in Svizzera
Care lettrici e cari lettori,
anche oggi gli sguardi del mondo erano puntati su Davos e sul WEF. Dopo che ieri il discorso del presidente statunitense aveva fatto notizia in Svizzera e all’estero, oggi Trump ha rincarato la dose lanciando il suo controverso “Consiglio di pace”.
La Svizzera e la maggior parte dei Paesi europei non figurano tra i firmatari. Molte questioni sono ancora aperte, ha dichiarato oggi il consigliere federale Ignazio Cassis, che davanti ai media in una conferenza stampa ha tracciato un primo bilancio dei suoi incontri e delle sue impressioni al WEF.
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Il responsabile del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) Ignazio Cassis ha tracciato questa mattina un primo bilancio dei suoi incontri e delle sue impressioni al Forum economico mondiale (WEF) di Davos.
“L’incertezza nel mondo è tale, che il bisogno di più dialogo è enorme”, ha dichiarato Cassis ai media. Al WEF osserva “una battaglia per trovare un senso”, ma molti aspetti rimangono poco chiari. Per Cassis si tratta del nono WEF, e la situazione è totalmente diversa rispetto al primo, una nuova era dove “nulla è definitivo, ed è estremamente difficile per svizzere e svizzeri.”
Cassis si è espresso anche sul discorso pronunciato ieri da Trump al WEF e sulle sue invettive nei confronti della Confederazione e in particolare della consigliera federale Karin Keller-Sutter: “È inaccettabile essere trattati così. La Svizzera non è l’unico Paese di cui Trump parla senza rispetto, “ma non è certo una consolazione”. Anche questo, ha detto, fa parte della nuova era, in cui forse non valgono più le stesse regole di prima. Tuttavia: “A volte non bisogna fermarsi a guardare troppo i dettagli” e continuare invece a lavorare, ha aggiunto.
Il presidente degli Stati Uniti ha lanciato oggi a Davos il suo “Consiglio di pace”. Tra i primi firmatari non figurano Paesi europei, ad eccezione di Ungheria, Bulgaria e Kosovo. Per molti, l’iniziativa sarebbe un attacco alle Nazioni Unite.
Secondo Cassis molti aspetti restano poco chiari. In origine, tale Consiglio faceva parte del piano di pace per Gaza, che la Svizzera continua a sostenere, ha dichiarato ai media. Tuttavia, nei documenti non risulta più questo legame, e l’organizzazione di Trump potrebbe assumere una portata ben più ampia. Il Consiglio federale dovrà ora esaminare la questione, ha dichiarato il responsabile del DFAE.
Molta attenzione si è concentrata oggi anche sull’arrivo al WEF del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Dopo un incontro con Donald Trump, quest’ultimo ha dichiarato ai media presenti che il suo messaggio al presidente russo Vladimir Putin è che la guerra in Ucraina deve finire.
Ancora una volta, l’acquisto dei caccia statunitensi F-35 scatena la polemica. Al centro delle critiche non c’è questa volta il jet in sé, ma le infrastrutture necessarie per utilizzarlo.
Le prime consegne di F-35 dovrebbero iniziare a metà del 2027, secondo il Dipartimento federale della difesa (DDPS). Affinché i jet possano essere operativi, servono nuove infrastrutture, come gli hangar o gli spazi per i simulatori destinati alla formazione di chi dovrà pilotarli. La ristrutturazione delle tre basi aeree militari deve quindi essere completata per tempo. Ed è proprio questo che il Controllo federale delle finanze (CDF) ora mette in dubbio.
I lavori di costruzione presso la base aerea di Payerne sarebbero iniziati con sei mesi di ritardo. Nelle altre due basi, Meiringen ed Emmen, il ritardo sarebbe già di un anno. Da Armasuisse arrivano rassicurazioni: i progetti edilizi e la messa in servizio dei jet sono coordinati, afferma Marcel Adam, responsabile del settore immobili e incaricato dei progetti di costruzione.
Piovono critiche anche sui costi: nel 2022 il Parlamento ha approvato un credito di 120 milioni di franchi. Ma i progetti di ristrutturazione dovrebbero raggiungere i 200 milioni.
Come si spiega questa notevole differenza? I 120 milioni erano una stima risalente a tre anni prima che l’F-35 fosse scelto come nuovo caccia svizzero, quando dunque non si avevano ancora dettagli sulle esigenze in materia di basi aeree, esercizio e manutenzione. Un credito aggiuntivo è dunque necessario. La richiesta dovrebbe essere presentata quest’anno.
Dopo più di un anno, la popolazione di Brienz può tornare a casa. Il divieto di accesso e l’ordine di evacuazione sono revocati, ha comunicato il Comune di Albula, di cui Brienz è frazione.
Il villaggio grigionese è stato sotto la minaccia di una frana per mesi. Lo scorso novembre, parti dell’altopiano orientale sono precipitate a valle spingendo davanti a sé una colata di detriti. Ma ora il movimento del monte si è stabilizzato e la situazione non è più pericolosa. Lo dimostrano i dati delle ultime settimane, analizzati da una squadra di geologi.
Il ritorno avverrà in due fasi. Da venerdì notte inizierà la fase arancione: le residenti e i residenti potranno di nuovo pernottare nel paese. Lunedì scatterà la fase verde, che revoca completamente il divieto di accesso anche per i non residenti. Anche i terreni agricoli possono ora essere nuovamente coltivati liberamente, e il collegamento dell’autopostale tra Lenzerheide e Davos tornerà a transitare da Brienz a partire da lunedì.
Il portavoce del Comune Christian Gartmann ha già raccolto le prime reazioni: “Le persone sono molto felici di tornare”, ha dichiarato a SRF.
Sempre più svizzere e svizzere emigrano dopo la pensione. Tuttavia, questa scelta comporta sfide amministrative, non da ultime quelle che si presentano in caso di decesso.
Il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) nel 2024 ha fornito assistenza in 321 casi, scrive il Blick. Si tratta di un record. Una spiegazione è l’invecchiamento della popolazione. Le persone anziane sono mobili, viaggiano molto e sono quindi più spesso esposte a emergenze mediche all’estero.
Tra le persone pensionate morte all’estero, secondo il DFAE quasi la metà erano svizzere e svizzeri residenti in Thailandia. “Il DFAE ha fornito la sua assistenza nella ricerca dei familiari affinché potessero occuparsi della sepoltura e delle procedure amministrative riguardanti la successione.”
Chi paga per questo aiuto? Se una persona con cittadinanza svizzera residente all’estero decede nel Paese di residenza, sono le autorità locali a essere, in linea di principio, competenti, scrive il Blick. Se viene comunque richiesta l’assistenza del DFAE, i relativi costi vengono fatturati. Se invece una persona svizzera muore fuori dal Paese di residenza, ad esempio durante un viaggio, il supporto è gratuito.
Il DFAE non interviene solo in caso di decesso. Se svizzere e svizzeri all’estero si ammalano gravemente o perdono la capacità di discernimento, può accadere che nel Paese di residenza non siano sufficientemente protetti. In tali situazioni, le rappresentanze svizzere forniscono assistenza organizzativa, ad esempio per il rientro in Svizzera.
Foto del giorno
Ogni momento è buono per raccogliere una dichiarazione al WEF. Le lunghe aste per i microfoni fanno comodo.
Tradotto con il supporto dell’IA/Zz
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