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Lo sperma svizzero rimane di qualità, a differenza di quello globale

spermatozoi al microscopio
Qualità elvetica. Keystone / Anthony Anex

La qualità dello sperma dei giovani uomini svizzeri è migliore rispetto a quella dei loro coetanei nel resto del mondo.

In gran parte del mondo la qualità del liquido seminale maschile è in declino, ma i giovani svizzeri fanno eccezione. Secondo uno studio dell’Università di Zurigo pubblicato sulla rivista “New Microbes and New Infections”, la fertilità maschile nella Confederazione non è peggiorata negli ultimi 15 anni.

I ricercatori hanno confrontato i dati di 194 reclute dell’esercito del 2021 con quelli di 2’523 giovani uomini esaminati tra il 2005 e il 2017. Il verdetto: “I parametri della qualità dello sperma non sono cambiati in modo significativo”. Volume, numero totale di spermatozoi, concentrazione, mobilità e morfologia sono rimasti relativamente costanti.

Nel 2021, solo il 41% delle reclute presentava un valore sotto la soglia indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) in almeno un parametro, contro il 62% del gruppo precedente. Ma gli autori avvertono: il confronto potrebbe essere distorto a favore di uomini più sani e fisicamente più in forma, perché i soldati del 2021 erano già stati selezionati positivamente alla visita medica di leva, mentre il gruppo di confronto comprendeva anche uomini che non l’avevano ancora superata.

Da parte sua la pandemia di Covid-19 ha lasciato il segno, ma solo temporaneamente: le reclute risultate positive al virus meno di sei mesi prima del test mostravano la concentrazione e il numero totale di spermatozoi più bassi. “Ciò suggerisce che il Covid possa aver avuto un’influenza temporanea sulla qualità del seme”, scrivono i ricercatori. L’effetto negativo è comunque scomparso oltre i 180 giorni dall’infezione.

Lo studio non ha rilevato differenze statisticamente significative né tra città e campagna né tra Svizzera tedesca, Romandia e Ticino. Un risultato che contrasta con le ricerche statunitensi e francesi, che mostrano invece peggiori valori nelle aree rurali esposte all’agricoltura intensiva. Gli scienziati ammettono però che il numero limitato di partecipanti non è sufficiente per identificare eventuali punti geografici problematici.

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