“La legge sulle armi è immorale e contraria ai valori elvetici”
Oltre ad essere immorale, la revisione della legge sulle armi, in votazione il 29 novembre, che consentirebbe la vendita di materiale bellico anche a Stati in guerra, è contraria ai valori svizzeri.
Parola di un’alleanza di partiti di sinistra (PS e Verdi), Evangelici e organizzazioni non governative, all’origine del referendum che ha raccolto 58’767 firme valide, con cui s’invita il popolo a votare contro questa revisione legislativa poiché in contraddizione con i valori fondamentali del nostro Paese.
Le nuove disposizioni in breve
Secondo la nuova impostazione della legge, un gruppo di 36 Paesi occidentali potrà acquistare armamenti svizzeri con maggiore libertà rispetto a oggi: anche qualora fossero coinvolti in una guerra, la Svizzera potrà fornire loro materiale bellico. Rimangono escluse solo le nazioni che violano i diritti umani in modo grave e sistematico. Il Consiglio federale, inoltre, avrà un diritto di veto, ad esempio se ritenesse che tali esportazioni possano mettere in pericolo la neutralità.
Regole meno severe si applicherebbero anche alla riesportazione: in linea di principio, tutti i Paesi potranno in futuro trasferire liberamente a terzi gli armamenti acquistati in Svizzera (L’Ucraina è tuttavia esclusa, n.d.r). Il Consiglio federale potrà però imporre una garanzia che il materiale resti nel Paese acquirente, qualora nutrisse dubbi in relazione alla neutralità o agli interessi di politica estera e di sicurezza della Svizzera.
Vaghe giustificazioni
Per il consigliere nazionale Fabian Molina (PS/ZH), membro della Commissione della politica di sicurezza, le rassicurazioni del Governo, soprattutto riguardo le riesportazioni, sono vaghe: nulla impedisce che materiale bellico prodotto in Svizzera finisca nelle mani di paesi come l’Arabia Saudita o la Cina o venga impiegato in guerre, anche civili, come in Sudan, oppure in Libano.
Circa la decantata solidarietà nei confronti dell’Europa, il fatto che l’Ucraina, paese aggredito dalla Russia cinque anni fa, sia esclusa dall’applicazione della legge rivela che si tratta solo di parole vuote che nascondono cinismo e la voglia di profitti dell’industria bellica. “La nostra forza – secondo Molina – risiede nella composizione pacifica dei conflitti attraverso i nostri buoni uffici, nell’aiuto umanitario e nella protezione dei diritti umani”.
Fiducia nella politica scossa
Nel suo intervento, il consigliere nazionale evangelico bernese, Marc Jost, ha affermato che la revisione costituisce un brutto colpo alla fiducia nella politica. Alcuni anni fa, in effetti, col ritiro dell’iniziativa correttiva – che voleva vietare l’export tout court di armi, n.d.r – e il controprogetto del Parlamento entrato in vigore nel 2022, “avevamo trovato un compromesso equilibrato, tipicamente svizzero”.
Eppure, dopo pochi anni tale consenso è venuto meno. Se iniziamo a smantellare criteri di protezione essenziali poco dopo la loro entrata in vigore, la fiducia dei cittadini nell’affidabilità della nostra politica ne risentirà, ha sottolineato.
La legge in votazione non è infatti un mero adeguamento tecnico, ma mette in forse principi fondamentali. Al momento, infatti, l’export di armi è vietato verso Paesi in guerra o che non rispettano i diritti umani, oppure se il rischio che vengano utilizzate contro la popolazione civile o rischiano di essere riesportate verso paesi indesiderabili.
Cambio di paradigma…
La revisione rende invece più flessibili queste linee guida su diversi livelli. Per un gruppo di Stati partner, le esportazioni saranno in futuro agevolate; a determinate condizioni, le consegne potranno avvenire anche se uno Stato destinatario è coinvolto in un conflitto armato.
Inoltre, ha rimarcato Jost, al Consiglio federale viene attribuita un’ampia competenza in materia di deroghe. Invocando la clausola generale relativa alle “circostanze eccezionali” e alla “tutela degli interessi in materia di politica di sicurezza”, il Governo potrà derogare di propria iniziativa a tali divieti imperativi, mediante ordinanza o decisione caso per caso.
Se allentiamo le norme vigenti, “il pericolo che materiale militare svizzero finisca, attraverso paesi terzi, in conflitti armati o nelle mani di destinatari finali problematici aumenta notevolmente”. Anche per Jost, come per Molina, tale revisione danneggia il ruolo internazionale della Svizzera.
Il nostro Paese, secondo il consigliere nazionale evengelico, beneficia di grande rispetto nel mondo non certo per l’importanza della nostra industria degli armamenti, che rappresenta appena il 2 per mille delle esportazioni, ma grazie alla nostra affidabilità, ai nostri buoni uffici e alla nostra tradizione umanitaria in qualità di sede del Comitato Internazionale della Croce Rossa.
Eticamente indifendibile
Nel suo intervento, la presidente del Verdi Lisa Mazzone di Ginevra, ha sostenuto che la revisione in votazione non sarebbe stata possibile senza il lobbismo degli ambienti legati all’industria delle armi dopo l’adozione del controprogetto all’iniziativa correttiva e l’inizio della guerra in Ucraina.
A parere dell’ecologista, alle urne il popolo dovrà dire “no” a questa legge poiché è moralmente ed eticamente indifendibile arricchirsi sulle guerre civili e non, come anche sulla persecuzione delle popolazioni.
Gli indebolimenti delle attuali disposizioni creano inoltre insicurezza a livello globale e interno, a parere di Mazzone, secondo cui non vi è motivo di fare un favore all’industria bellica. Non solo quest’ultima rappresenta meno dello 0,25% del PIL, ma negli ultimi anni le vendite sono addirittura esplose.
Pensare anche ai civili
A nome della società civile, la direttrice di Caritas Svizzera ha posto l’accento sulle conseguenze della vendita di armi. Le decisioni in materia di esportazione non rivestono solo una dimensione di politica di sicurezza e di politica economica, ma hanno anche ripercussioni dirette sulla popolazione civile, sugli sfollamenti forzati e sui flussi di rifugiati, come dimostrano i casi del Sud Sudan.
Medesime considerazioni sono state sollevate da Robert Unteregger di Justitia et Pax, la commissione della Conferenza dei vescovi svizzeri. Fra l’altro, ha sottolineato, la rivista legge va respinta anche alla luce di quanto sta accadendo in Ucraina: se un Paese come l’Ucraina non può beneficiare dell’allentamento previsto in materia di esportazione di armi, ciò è difficilmente comprensibile dal punto di vista della giustizia e del diritto alla legittima difesa. Se la nuova normativa porta a posizioni così difficilmente comprensibili, ciò costituisce un motivo in più per non adottarla.
Per Alicia Giraudel di Amnesty International, indebolendo le regole attualmente in vigore e investendo l’esecutivo di un maggiore potere discrezionale, ne va della credibilità della Svizzera quale difensore dei diritti umani, dello Stato di diritto e del diritto internazionale, Un “no” a questa revisione rappresenta a suo parere un “sì” alla prevenzione delle gravi violazioni dei diritti umani.parere un “sì” alla prevenzione delle gravi violazioni dei diritti umani.
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