Il 90% della popolazione elvetica vuole bandire i social per i minori
Un sondaggio Demoscope rivela un fortissimo sostegno popolare (quasi il 90%) in Svizzera per vietare i social media ai minori, ma la classe politica si mostra scettica su un divieto generale, preferendo discutere soluzioni alternative per proteggere i giovani.
Nove persone su dieci in Svizzera sono favorevoli a vietare i social ai minorenni: è il dato che emerge da un sondaggio rappresentativo condotto dall’istituto Demoscope per il sito di notizie Watson romando. Ma gli esponenti della politica non sono così convinti della bontà di un intervento di tal tipo.
Un’indagine rappresentativa condotta in agosto su 8’300 persone nella Svizzera tedesca e romanda rivela che il 67% della popolazione sostiene un divieto d’accesso ai media sociali per i minorenni, a cui si aggiunge un altro 20% di piuttosto favorevoli, per un totale quindi dell’87%. I contrari sono il 7% e quelli che hanno un’opinione piuttosto negativa il 5%: risponde quindi sostanzialmente “no” il 12%.
La ricerca mostra un consenso ampio e trasversale: il divieto è all’88% nella Svizzera tedesca, all’87% in quella francofona, all’87% tra gli uomini e al 90% fra le donne. A livello politico, il sostegno a una proibizione varia dall’82% dell’elettorato del Partito liberale radicale (PLR, destra) al 92% dei votanti del Centro. Si registra inoltre l’84% di pareri favorevoli tra le persone single, l’89% tra le coppie senza figli e il 90% nelle famiglie con figli, le prime ad essere interessate.
Preoccupazioni e proposte concrete
Le preoccupazioni alla base di un intervento sono molteplici. Tra le principali ragioni addotte, gli interpellati hanno citato la tutela della salute mentale degli adolescenti, il potenziale di dipendenza delle piattaforme e la diffusione di contenuti dannosi. Non meno rilevante è il timore che i minori possano finire nel mirino di malintenzionati.
Al vertice della lista dei social da bandire c’è TikTok, indicato dal 97% dei sostenitori della proibizione, seguito da Instagram (91%) e Snapchat (87%). Per quanto riguarda l’età minima, il 39% degli intervistati propone 16 anni con il consenso dei genitori, mentre il 42% ritiene che a quell’età l’accesso debba essere libero. Per la verifica dell’età, la maggioranza (72%) si dice favorevole all’uso dell’identità elettronica (E-ID).
La politica frena
Watson ha anche raccolto reazioni al sondaggio presso i partiti. “I risultati impongono ai politici di assumersi le proprie responsabilità in materia di tutela dei minori”, afferma la consigliera agli stati Maya Graf (Verdi), che si è occupata più volte del tema.
“Condivido pienamente la preoccupazione espressa dalla popolazione”, le fa eco la consigliera nazionale Céline Amaudruz (Unione democratica di centro – UDC, destra conservatrice). “I genitori svolgono un ruolo centrale, ma non possono combattere da soli contro piattaforme progettate per catturare e trattenere l’attenzione dei bambini”. La vicepresidente dell’UDC rimane tuttavia contraria a un divieto generale, ma chiede che vengano apportati adeguamenti alle piattaforme.
Sulla stessa lunghezza d’onda è il consigliere nazionale Damien Cottier (PLR), che “prende molto sul serio l’impatto che queste piattaforme hanno sugli adolescenti”. Ritiene però che un divieto “possa essere facilmente aggirato – come sembra confermare l’esperienza australiana – e rischi di spingere i giovani verso spazi ancora meno controllati”, spiega in dichiarazioni raccolte da Watson.
Per la consigliera nazionale Min Li Marti (Partito socialista – PS, sinistra) i social sono peraltro anche uno spazio importante per lo scambio per alcuni giovani che ne hanno bisogno. “Ciò che danneggia gli adolescenti non è il dialogo con i loro coetanei, bensì lo scorrere infinito dei contenuti, gli algoritmi di raccomandazione studiati per catturare l’attenzione, la pubblicità personalizzata e alcuni contenuti proposti a giovani vulnerabili”, conclude.
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