Crans-Montana, il comandante della polizia cantonale rompe il silenzio
In una prima intervista, il comandante della polizia vallesana Frédéric Gisler ha descritto il pesante impatto emotivo della gestione dell'incendio di Crans-Montana, avvenuto nel suo primo giorno di servizio, e ha giustificato le sue successive scelte comunicative.
Dopo tre mesi di silenzio autoimposto, il nuovo comandante della polizia cantonale vallesana Frédéric Gisler, si esprime per la prima volta sul tragico incendio di Capodanno a Crans-Montana (canton Vallese), che ha causato 41 morti e 115 feriti.
Subentrato a Christian Varone proprio il 1° gennaio, il 52enne ha dovuto gestire la tragedia del bar Le Constellation appena un’ora e mezza dopo l’entrata in funzione. “Sul momento ha regnato l’incomprensione. Sebbene mi stessero spiegando cosa stava accadendo, avevo l’impressione che la situazione fosse irreale”, ammette Gisler in un’intervista rilasciata a Keystone-ATS.
“Quello è stato l’inizio di un periodo molto pesante emotivamente. Non soltanto per me, ma anche per le vittime, per le loro famiglie, per i soccorritori e per il mio personale che si è impegnato senza riserve per gestire al meglio la crisi”, aggiunge.
“La situazione è stata difficile da vivere, poiché in qualità di comandante bisogna indurre i dipendenti a completare determinate missioni, sapendo che queste non li lasceranno indenni. Non pensavo di dover sopportare una tale responsabilità”, spiega.
Un uomo schivo
In seguito all’incendio, Gisler ha chiesto al capo del Dipartimento della sicurezza, delle istituzioni e dello sport Stéphane Ganzer un aumento degli impieghi; una domanda che è ancora pendente.
Nelle tre immediate conferenze stampa dell’1 e 2 gennaio, Gisler è apparso molto più schivo rispetto, per esempio, al presidente del Consiglio di Stato Mathias Reynard. “È evidente che le mie precedenti esperienze professionali abbiano influenzato la persona che sono oggi”, commenta colui che è stato per 15 anni procuratore del Canton Vallese.
L’importanza di mantenere la calma
“A Capodanno mi sono ricordato il mio primo incarico come poliziotto, quando ero capo intervento di un’unità specializzata della polizia cantonale vodese. All’epoca avevo imparato che quando la pressione sale bisogna condurre le operazioni con calma, compreso il tono di voce. Ciò ha un impatto considerevole su tutta la catena di comando”, sottolinea.
In seguito a questa trafila di conferenze stampa, Gisler ha scelto di non rispondere più alle sollecitazioni dei media, una strategia di cui si assume tutta la responsabilità: “In effetti avrei anche potuto continuare a parlare con i giornalisti. Tuttavia, a partire dal 10 gennaio, il giorno successivo a quello di lutto nazionale, ho preso la decisione di non comunicare più a nome della polizia cantonale, per lasciare spazio al silenzio e permettere così alle persone toccate dalla tragedia di risollevarsi”.
Un dispositivo rivisto
Il 12 febbraio, giorno dell’audizione di Jessica Moretti al campus Energypolis di Sion, le forze dell’ordine sono state sopraffatte. La co-proprietaria del locale e suo marito Jacques erano infatti stati presi di mira da alcuni parenti delle vittime. “Quella scena non avrebbe mai dovuto verificarsi”, ammette Gisler. “Ricordo comunque che i Moretti erano usciti di loro spontanea volontà dal dispositivo di sicurezza previsto, per incontrare le famiglie. Da allora abbiamo riformulato il nostro funzionamento”.
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