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Avanti il dialogo con l’Iran, ma gli USA restano cauti

il tavolo negoziale
Keystone-SDA

I negoziati sul nucleare tra USA e Iran a Ginevra sono in una fase critica e incerta, bilanciati tra alcuni progressi diplomatici e ostacoli significativi come i missili balistici e le sanzioni, il tutto sotto la minaccia di un conflitto accentuata dalla pressione militare statunitense.

Svolta diplomatica, ulteriori negoziati, oppure rottura e guerra. La comunità internazionale resta sospesa attorno a questi tre possibili esiti del delicatissimo negoziato USA-Iran, arrivato al terzo round a Ginevra. Il rappresentante dell’Oman, il ministro degli Esteri Badr al-Busaidi, dopo aver fatto da spola tra gli emissari di Washington e Teheran, ha parlato di “un’apertura senza precedenti a nuove idee” sul dossier nucleare ed ha dichiarato la sessione conclusa con “progressi significativi”, che porteranno a nuove consultazioni tecniche la prossima settimana a Vienna.

Anche il regime degli ayatollah ha parlato di “colloqui seri”, a cui ha partecipato anche il direttore dell’Aiea Rafael Grossi. “Delusione”, invece, è emersa ad un certo punto della giornata da Steve Witkoff e Jared Kushner, a dimostrazione che la strada resta in salita. A complicare le cose c’è l’insistenza degli iraniani a tenere fuori dalla trattativa il loro arsenale balistico, mentre per la Casa Bianca “questo è un problema”. E nel frattempo si rafforza il dispositivo militare USA nella regione, con la portaerei Gerald Ford diretta verso Israele.

Le nuove richieste presentate al ministro iraniano Abbas Araghchi dagli inviati di Trump, secondo fonti a Ginevra citate dal Wall Street Journal (WSJ), sono di smantellare i suoi tre principali siti nucleari e consegnare tutto l’uranio arricchito. Washington sarebbe comunque aperta al fatto che Teheran possa mantenere una soglia simbolica di arricchimento, inferiore al 5%, al di sotto del livello di purezza per produrre armi atomiche. Gli iraniani, che affermano di voler mantenere in vita la loro produzione a fini civili, sarebbero invece contrari a spostare le proprie scorte all’estero. C’è poi la questione delle sanzioni, che strangolano l’economia della Repubblica islamica. Teheran chiede la revoca di tutte le restrizioni, ma l’amministrazione Trump non si è ancora sbilanciata.

Nella pausa tra una tornata di colloqui e l’altra, in cui le due delegazioni hanno consultato le rispettive capitali, il portavoce ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghai, ha parlato di “proposte molto importanti e concrete avanzate da entrambe le parti” ed ha respinto le “dichiarazioni contraddittorie da parte dei media stranieri e di alcuni funzionari americani che continuano ad alimentare dubbi”. Una lettura per esorcizzare in qualche modo i propositi bellicosi di Trump.

Preoccupano le parole di Trump

A preoccupare il regime sono state le parole del tycoon, che nel discorso allo Stato dell’Unione ha accusato l’Iran di possedere “missili che possono minacciare l’Europa” e le basi militari americane, e di lavorare per svilupparne di più potenti in grado di “raggiungere presto gli Stati Uniti”. Ed è proprio questo il punto che rischia di fare deragliare la trattativa, anche ammesso che un’intesa sul nucleare si trovi. Lo ha confermato Marco Rubio: “Il presidente vuole soluzioni diplomatiche, ma alla fine dovremo discutere di altre questioni oltre al programma nucleare”, ha spiegato il segretario di Stato, aggiungendo: “L’Iran si rifiuta di parlare con noi di missili balistici o con chiunque altro, e questo è un grosso problema”.

In questa fase l’amministrazione Trump mantiene il dito puntato sul grilletto: la portaerei Ford, ritenuta la più grande del mondo, ha lasciato la base navale Nato di Souda, nell’isola greca di Creta, facendo rotta verso Israele. Si unirà alla Lincoln e alla sua scorta. Sui tempi e i modi di un eventuale attacco resta comunque l’incertezza. Una delle opzioni sul tavolo di Trump è un blitz mirato, per spingere Teheran a fare concessioni sul nucleare. Se invece l’obiettivo della Casa Bianca fosse quello di favorire un cambio di regime, sarebbe necessaria una campagna militare più ampia e prolungata. Tra l’altro da Washington non filtrano idee precise su cosa potrebbe avvenire in seguito alla caduta degli ayatollah: chi, ad esempio, assumerebbe la guida di un Paese in cui non c’è una opposizione unica e consolidata. Al netto delle ambizioni di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià.

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