Accordo di libero scambio Il problema pesticidi dell'agricoltura sudamericana

trattori in un campo

Il Brasile è, assieme agli Stati Uniti, il principale produttore di soia mondiale. Assieme questi due paesi ne producono oltre i due terzi del totale. Nell'immagine, un latifondo nel nord del Brasile.

Keystone / Andre Penner


L'intesa di libero scambio conclusa tra il Mercato comune dell'America meridionale e l'Associazione europea di libero scambio, di cui fa parte la Svizzera, solleva diversi problemi di fondo, in particolare per quanto concerne il settore agricolo dei paesi sudamericani e del Brasile in particolare.

L'accordo di massima siglato tra il Mercosur e i paesi dell'Aels (Svizzera, Liechtenstein, Norvegia e Islanda) ha suscitato diverse critiche nella Confederazione, in particolare perché non contiene norme vincolanti in materia climatica, di protezione ambientale e di rispetto dei diritti umani.


Se non sarà modificato, i Verdi hanno già annunciato che lanceranno un referendum.

Uno dei problemi principali riguarda l'ampio uso di pesticidi e prodotti fitosanitari nell'agricoltura brasiliana e argentina. Negli ultimi otto mesi, il Governo Bolsonaro ha dato il via libera all'impiego di 270 prodotti. Una ricercatrice dell'Università di San Paolo li ha analizzati e ha scoperto che un terzo di questi è proibito in Europa. Inoltre, i valori limite per gli altri sono molto più elevati.


Il trattato di libero scambio non prevede però nulla in materia e quindi i prodotti agricoli brasiliani potranno ritrovarsi nei piatti degli svizzeri.

Inoltre, l'impiego di questi pesticidi ha spesso un impatto devastante sulla salute della popolazione che vive nei pressi delle grandi coltivazioni.

La speranza - afferma Larissa Bombardi, dell'Università di San Paolo - è che in Europa ci siano delle resistenze sulla qualità di questi alimenti: "È possibile che i produttori saranno obbligati a migliorare la qualità, diminuendo l'uso dei pesticidi. Ma che ci sia anche una riduzione degli incendi e della deforestazione in Amazzonia per paura di eventuali embarghi".

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