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Prato #4 Il futuro

L'obiettivo di Eva Pedrelli sulla seconda generazione degli immigrati cinesi

Questo contenuto è stato pubblicato il 15 maggio 2014 - 10:16

I giovani cinesi non raccontano volentieri ai cronisti la realtà che vivono. Preferiscono non esporsi troppo perché, negli anni, si sono resi conto che spesso le loro parole venivano strumentalizzate per descrivere situazioni diverse da quelle che erano.

"Oggi piove, lo vede? E, secondo lei, per i pratesi di chi è la colpa? Dei cinesi, ovviamente! Come per tutto quello che succede. Ormai la nostra comunità è il capro espiatorio per ogni cosa", racconta Alessandro, un giovane imprenditore di origini cinesi che vive a Prato da quando aveva 6 anni. Parla pratese e non si fida più di nessuno. "Mio fratello ha solo 16 anni, è minorenne. Ciò nonostante, è stato intervistato da molte televisioni locali, sbattuto sulle prime pagine di giornale e gli sono state messe in bocca parole che non aveva detto. E' sveglio, si sa esprimere bene, è un tipo popolare tra gli amici. Ha le sue idee rivoluzionarie, come tutti gli adolescenti. Ma gli articoli usciti gli hanno creato un bel po' di problemi a scuola", aggiunge Alessandro. Da allora non si fida più, anche se è uno che avrebbe una gran voglia di parlare.

Ma a Prato, probabilmente, verrà un giorno in cui la voce dei ragazzi di origine cinese avrà un peso diverso. La comunità cinese è molto prolifica e quasi la metà dei bimbi nati nell'ospedale di Prato ha genitori orientali. Anche se gli italiani sono numericamente molti di più, fanno meno figli.

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