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Piccola guida sulla guerra fiscale tra Italia e Svizzera

(keystone)

Tutto quello c'è da sapere sullo scontro tra Widmer-Schlumpf e Pier Carlo Padoan e perché dovrebbe interessare a tutti, italiani e svizzeri.

Italia e Svizzera sono in aperto conflitto. I toni degli ultimi giorni hanno assunto livelli inconsueti nella storia delle relazioni bilaterali italo-svizzere. E l'oggetto del contendere è l'accordo fiscale che impegna i due paesi dal 2011: nel frattempo in Italia si sono succeduti 4 governi (e i relativi ministri delle finanze) mentre la Svizzera ha aderito al protocollo Ocse per lo scambio automatico di informazioni bancarie che entrerà in vigore nel 2017.

Minacce e repliche

È storia di pochi giorni fa. La responsabile svizzera delle finanze, la Consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf - dal vertice Banca Mondiale e FMI di WashingtonLink esterno - ha fatto capire che le trattative fiscali con Roma procedono in modo insoddisfacente e che un accordo deve essere raggiunto entro la prossima primavera (il termine fissato non è casuale, come vedremo in seguito).

Secca la replica del ministro delle finanze italiano Pier Carlo PadoanLink esterno. Sarebbero infatti gli svizzeri quelli che frenerebbero i negoziati con atteggiamenti definiti "ondivaghi".

Accordo fiscale: la posta in gioco

La Svizzera con questo accordo fiscale, in primis, vuole uscire dalla lista nera italiana dei paesi non collaborativi in ambito fiscale che complica di molto i rapporti economici delle aziende svizzere con quelle italiane. Inoltre, sulla spinta del Canton Ticino, vuole rinegoziare anche il trattamento fiscale dei lavoratori italiani transfrontalieri che attualmente versano ai comuni di confine, attraverso le imposte alla fonte corrisposte in Ticino, il 40% delle loro tasse. I comuni di frontiera italiani non ne sarebbero molto felici e stanno facendo di tutto per evitare questa eventualità.

L'Italia, dal canto suo, ha degli interessi da difendere, che contrastano con quelli svizzeri, in tutte le tre principali vertenze in sospeso tra Berna e Bruxelles: numerose aziende italiane si sono trasferite negli ultimi anni in SvizzeraLink esterno, la maggior parte dei fondi evasi al fisco italiano si trovano nelle banche elvetiche e l'emigrazione di manodopera italiana verso la Svizzera è di nuovo ripresa dalla recente crisi economica.

L'interesse però c'è da entrambe le parti

La Svizzera è come detto relegata nella black-list italiana dei paesi non collaborativi in ambito fiscale, nonostante gli sforzi e le aperture compiuti su più fronti in questi anni. Un fatto che indispone gli svizzeri visto che l'Italia è l'unico paese europeo a mantenere la Svizzera su questa lista nera.

Dal lato italiano con la cosiddetta "Voluntary Disclosure"Link esterno (disegno di legge pendente alla Camera dei deputati sul rimpatrio dei capitali detenuti all'estero) gli italiani che detengono attività finanziarie o patrimoniali all'estero non dichiarate al Fisco, possono sanare la loro posizione, anche penale, pagando le relative imposte e le sanzioni in misura ridotta. Questo però sarebbe facilitato se la Svizzera venisse tolta dalla famosa lista nera.

Stime ufficiose parlano di 120-180 miliardi di euro che hanno spiccato il volo dall'Italia nelle banche elvetiche. Una volta entrata in vigore la "Voluntary Disclosure", gli italiani hanno tempo 60 giorni per denunciarsi. Questo significa che un accordo italo-svizzero è "quasi" urgente anche per l'Italia.

Tra Berna e Roma c'è anche Bruxelles

Il fatto che il semestre di presidenza dell'UE spetti all'Italia non facilita il compito dei negoziatori svizzeri. L'Italia evidentemente non può andare contro la volontà di Bruxelles che non vede di buon occhio accordi fiscali bilaterali tra un suo paese membro e la Svizzera. Sono dunque richiesti diplomazia ed equlibrismo.

A complicare ulteriormente i negoziati ricordiamo che la direttrice del Dipartimento delle finanze Eveline Widmer-Schlumpf, per tenere a bada le rimostranze ticinesi (sempre pronti a bloccare i ristorni delle imposte alla fonte pagate dai frontalieri) ha promesso al Ticino di risolvere il contenziosoLink esterno entro la primavere del 2015.

E nella partita di ping-pong, la minaccia svizzera di denunciare l'accordo in vigore sui frontalieri, ha spinto Pier Carlo Padoan a dichiarare che tale minaccia frena l'intesa tra i due paesi.

A voce alta

Guerra dunque? Forse no. Alla fine, dopo aver alzato i toni della discussione, i due ministri hanno candidamente dichiarato che i loro rapporti sono ottimiLink esterno.

Ma è chiaro che Eveline Widmer-Schlumpf ha usato il palcoscenico internazionale di Washington per dichiarare che da un lato la Svizzera fa il suo dovere per regolarizzare i capitali depositati nelle proprie banche e dall'altro intende mettere pressione sull'Italia per accelerare i negoziati.

La risposta immediata di Padoan, con le relative accuse di inopportune tergiversazioni da parte elvetica sui dettagli dell'intesa, forse - sottolineiamo forse - significa che davvero gli interessi dei due paesi sono divergenti e che la delegazione svizzera davvero mette paletti che rallentano i negoziati.

Riccardo Franciolli

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