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Lotta per il potere a Downing Street

Dominic Cummings lascia Downing Street con la classica scatola di cartone in mano. Keystone / Yui Mok

Alla fine Boris Johnson ha deciso e ha scaricato il suo controverso "Rasputin" personale, Dominic Cummings, che ha lasciato il numero 10 di Downing Street con una scatola di cartone in mano, come nella classica "tradizione" dei licenziamenti in stile anglosassone. 

Questo contenuto è stato pubblicato il 14 novembre 2020 - 21:25

I bene informati raccontano che c'è voluta la spinta della giovane fidanzata di Johnson, Carrie Symonds, per silurare Cummings, che resterà in servizio fino a metà dicembre lavorando da casa con altri compiti. Lo stratega della Brexit, infatti, è uscito perdente dallo scontro di potere con la "first lady" nel quadro di una più generale resa dei conti tra fazioni opposte dell'entourage del primo ministro britannico.

Il Governo ora traballa davvero

Uno scontro che tuttavia minaccia adesso di far traballare davvero, di qui a qualche mese, come si vocifera da tempo, lo scranno di Johnson in persona: specie se la crisi legata al coronavirus e al dopo Brexit dovesse diventare uno tsunami e se il Partito Conservatore andasse incontro a una batosta alle tornata di elezioni amministrative del maggio 2021.

La versione di Cummings

Secondo una "gola profonda", Cummings "salta giù" dalla nave prima di essere costretto a farlo. L'interessato, in un colloquio esclusivo con la BBC, aveva liquidato in queste ore come "voci inventate" le indiscrezioni in base alle quali avrebbe minacciato di sbattere la porta fin da ieri, in risposta alle dimissioni imposte al direttore della Comunicazione del governo, Lee Cain, suo fedelissimo bastonatore dei giornalisti accreditati, ma ha di fatto confermato tutto, aggrappandosi al blog su cui già a gennaio aveva scritto di voler rendere il proprio ruolo "superfluo" per la fine del 2020.

Cosa cambia nel negoziato con l'UE del post-Brexit

Le dichiarazioni di Cummings "parlano da sé", ha tagliato corto più tardi un portavoce del premier, limitandosi a negare che la vicenda possa partorire un ammorbidimento di Londra nel negoziato con Bruxelles, prossimo la settimana entrante all'ultimo giro di giostra, sulle relazioni future commerciali post divorzio; e giurando che le condizioni minime per evitare un "no deal" potenzialmente catastrofico "restano immutate". Puntualizzazione che del resto non impedisce al Times di profetizzare al contrario qualche concessione "diplomatica" imminente, se non altro in omaggio al passaggio di consegne al timone del grande alleato americano del prudente Joe Biden al posto dell'amico 'tifoso' e brexiteer Donald Trump.

Un terremoto politico

Sia come sia, il benservito al 48enne Cummings è un terremoto politico. Il segnale della liquidazione, in coppia con Cain, dello stato maggiore di Vote Leave, centro di comando della trionfale campagna per l'uscita dall'UE di cui Dominic fu la mente e Boris il volto più popolare. Il tutto in favore di un maggiore potere d'influenza affidato a tecnocrati più defilati, nonché al clan di consigliere-donne (johnsoniane e brexiteer, ma meno brutali di Cummings e compagni nei rapporti con la nomenclatura tradizionale tory) vicine in un modo o nell'altro alla 32enne Symonds: in primis Allegra Stratton, ex giornalista di BBC e ITV chiamata a salvare l'immagine e la declinante popolarità del primo ministro - azzoppata dalle polemiche sulla gestione della pandemia fino a spalancare le porte alla rimonta nei sondaggi dell'opposizione laburista del rassicurante leader post-Corbyn, Keir Starmer - dopo aver promosso con successo sui media d'establishment quella del rampante cancelliere dello scacchiere, Rishi Sunak. Una creatura politica di Dominic Cummings che paradossalmente sembra ora poter rubare la scena (e presto o tardi il posto) a Johnson.

"Patetica lotta per il potere a Downing Street in pieno lockdown"

Dal fronte del Labour, intanto, si continua a sparare a zero sulle "patetica" lotta per il potere a Downing Street in pieno lockdown. Mentre dalla parrocchia conservatrice non manca il sollievo di chi - compresi falchi euroscettici come l'ex ministra Theresa Villiers, esclusa senza troppi complimenti da ogni poltrona sotto la sferza di Cummings - saluta come una liberazione l'annuncio del rimpasto nello staff del premier e auspica "un nuovo inizio" poiché "nessuno è indispensabile". "I consiglieri vanno e vengono, ma Dominic ci mancherà", replica un ministro in carica, il titolare dei trasporti Grant Shapps: conscio che in fondo senza il guru della Brexit, e i suoi slogan, non si sarebbero vinti né il referendum del 2016 né le elezioni politiche del dicembre scorso.

Il servizio del telegiornale da Londra:

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tvsvizzera.it/fra con RSi


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