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(tvsvizzera)

I numeri dicono Svizzera, ma il campo è altra cosa

dall'inviato a Ginevra Marcello Ierace

Sguardi complici, sorrisi, battutine. L'ambiente a Ginevra tra i rossocrociati è indubbiamente rilassato. Forse anche troppo. "Il momento è ottimo, siamo tutti in buone condizioni", si dice. L'avversario, poi, poteva decisamente essere peggiore. Certo, l'Italia ha superato prima l'Argentina a Mar de la Plata e poi la Gran Bretagna a Napoli, ma se si guardano i numeri si potrebbe anche stare tranquilli. Bolelli e Seppi non hanno mai battuto Federer e non superano Wawrinka da almeno un paio d'anni (ovvero da quando è il "nuovo" Stan, quello che sa vincere un Grande Slam).

Numeri, dannati numeri. Se si studiano le cifre vien voglia di iniziare a stappare lo champagne. L'Italia non ci batte in Davis dal 1980: a Torino sulla terra rossa, in semifinale della zona Europa, la squadra rossocrociata guidata da Heinz Günthardt e Roland Stadler finì strapazzata con un sonoro 5-0 da Corrado Barazzutti (sì proprio il capitano di oggi) e Adriano Panatta. Poi è finita la festa per gli azzurri: 3-2 a per noi a Neuchâtel nel 1999 e ancora dieci anni dopo a Genova con lo stesso risultato. Sempre con King Roger in campo, che contro l'Italia sembra non voglia perdersene nemmeno una.

Se poi si dà un occhio ai precedenti dei singoli giocatori, allora il divario sembra ancora più incolmabile: Federer fa 14-0 contro Fognini (2-0), Bolelli (2-0) e Seppi (10-0!), mentre Stan ha un meno clamoroso ma pur sempre rilevante 13-5 (3-1, 2-1 e 8-3). L'Italia si può solo aggrappare alla storia, con un po' di presenze in più in queste fasi decisive e anche un'Insalatiera vinta nel 1976 nel Cile di Pinochet. Mentre noi abbiamo in bacheca una sola finale, nel 1992, giocata e persa a Fort Worth contro un'armata americana che a guardare quei nomi vengono ancora le vertigini: Agassi, Sampras, Courier, McEnroe. Per un totale di 33 titoli del Grande Slam, così tanto per gradire.

Tutto già deciso, dunque? Nient'affatto. E proprio l'ultima uscita ginevrina con il brivido kazako dovrebbe farci riflettere. Perché sul campo ci vanno gli uomini, non i numeri o la storia.

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