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Raid a Idlib, la Turchia spinge i profughi in UE

Campi coltivati; si vedono gruppi di persone che camminano e, in lontananza, una fitta rete metallica
Gruppi di decine di persone sono già nei pressi del confine con la Grecia. Keystone / Erdem Sahin

Un raid aereo delle truppe di Bashar al-Assad ha provocato giovedì la morte di almeno 33 soldati turchi a Idlib, la regione del nord-ovest della Siria dove da settimane sono in corso duri scontri tra le forze governative appoggiate dalla Russia e le milizie ribelli sostenute da Ankara. Un'escalation che fa temere la deflagrazione di un nuovo fronte di guerra, con la Turchia che lamenta un mancato sostegno internazionale e smette di presidiare le sue frontiere con l'UE.

In gioco, c’è anche l’alleanza strategica tra Turchia e Russia. Il governo di Ankara insiste per un rispetto del cessate-il-fuoco e dei confini stabiliti dall’accordo di Sochi tra i presidenti Erdogan e Putin nel settembre 2018, esclude di arretrare i suoi avamposti militari e chiede l’intervento della comunità internazionale (l’istituzione di una zona di interdizione aerea) per scongiurare una catastrofe umanitaria.

Mosca continua a sostenere l’offensiva di Bashar al-Assad contro i “terroristi” ribelli, tra cui diversi gruppi jihadisti. Nondimeno. Erdogan e Putin hanno avuto venerdì una conversazione telefonica “dedicata alla necessità di fare tutto per realizzare l’accordo iniziale sulla zona di de-escalation di Idlib”, secondo quanto riferito dal ministro degli esteri russo Lavrov, e “al più presto” si incontreranno faccia a faccia.

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Quella subita a Idlib è una della più gravi perdite degli ultimi anni per le forze turche in un singolo attacco. Ankara ha respinto la ricostruzione della Russia, e cioè che le truppe siano state attaccate perché si trovavano nelle vicinanze di miliziani del gruppo jihadista che controlla ancora la regione. Lavrov ha lasciato intendere che non è stato rispettato l’accordo per la comunicazione delle coordinate precise delle truppe.

Ultimo bastione dell’opposizione al governo di Assad, la regione è oggetto da dicembre di un’offensiva dell’esercito siriano, sostenuto da raid aerei russi. Da febbraio, la Turchia è a sua volta intervenuta militarmente per il timore che l’offensiva spingesse verso le sue frontiere un milione di civili (il Paese ospita già tre milioni e mezzo di profughi). I siriani sfollati nella regione di Idlib sono al momento 950’000 (di cui 569’000 minori e 195’000 donne).

Frontiere aperte

Mentre scattava un contrattacco contro “tutte le posizioni di Assad” -329 militari siriani sarebbero stati uccisi o feriti e 200 obiettivi colpiti, in raid d’artiglieria- la Turchia ha smesso di bloccare alle sue frontiere i rifugiati siriani che intendono recarsi in Europa. Guardia costiera, guardie di confine e polizia turche non le presidiano più. Una reazione al mancato sostegno che Ankara lamenta a Idlib e che vanifica l’accordo con l’UE del 2016.

Gruppi di alcune decine di profughi si sono messi in marcia venerdì verso Grecia e Bulgaria.

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Su richiesta della Turchia, che denuncia una minaccia alla propria integrità territoriale e sicurezza, è stato convocato per venerdì il Consiglio del Nord Atlantico. Comprende gli ambasciatori dei 29 alleati della Nato, più la Macedonia del Nord come Paese invitato e prossimo membro a tutti gli effetti.

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