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Elisabetta Ballarin: la verità sulle bestie di Satana.

Dopo 11 anni di carcere la 29enne si racconta: come ha vissuto quei momenti, la prigione, la laurea, il perdono del padre della vittima.

Questo contenuto è stato pubblicato il 11 settembre 2015 - 11:32

Elisabetta Ballarin è detenuta in carcere con una condanna a 23 anni per l'omicidio di Mariangela Pezzotta, avvenuto - in concorso col fidanzato dell'epoca - quando era poco più che diciottenne. Altri terribili delitti ai quali Elisabetta è estranea, emergono nel corso dell'indagine che diventa uno dei più famosi eventi di cronaca nera: il processo alle Bestie di Satana.

Oggi, dopo 11 anni di carcere, Elisabetta si racconta per la prima volta. Il peso del passato con cui fa i conti ogni giorno diventa anche spinta per ricostruire la propria vita. Al suo fianco, a sostenerla in questo percorso Silvio Pezzotta, il padre della ragazza uccisa.

L'idea di raccontare questa storia è stata del produttore di FalòLink esterno. Aveva visto sui giornali la notizia della laurea di Elisabetta e aveva subito intuito una complessità ancora inedita.

Ho letto tutti gli atti del processo. Elisabetta, da sempre esposta mediaticamente come "la donna della setta", con le Bestie di Satana in realtà non c'entra nulla.

Questa etichetta, però, pesa come un macigno. Sono andata a trovare il padre di Mariangela, Silvio Pezzotta. Un uomo grande e generoso. Mariangela era la ex fidanzata di Volpe, solo all'ultimo aveva deciso di troncare un rapporto di dipendenza che si trascinava da tempo. Prima di morire stava dando una svolta alla propria vita.

La notte in cui Volpe ha sparato a Mariangela, Elisabetta era drogata e in un profondo stato di alterazione. Non si è opposta all'omicidio. Per tutta quella lunga notte in cui Mariangela, ancora viva, viene finita a colpi di badile, Elisabetta copre e aiuta il fidanzato, firmando la propria condanna.

Silvio Pezzotta non manca a nessuna seduta del processo. È proprio nell'aula di tribunale che i due, per la prima volta, si scambiano uno sguardo. Silvio Pezzotta- poche parole misurate ma fortissime- ricorderà questo momento intenso, l'inizio di un rapporto poi maturato negli anni. Quell'immagine di pochissimi secondi, girata inconsapevolmente in coda alle riprese di un Tg locale, l'ho ritrovata negli archivi.

Per Pezzotta Elisabetta ha pagato abbastanza, più degli altri, e ha saputo sfruttare il senso della condanna, costruendo un percorso di riscatto. Non è semplice il carcere a 18 anni, ma Elisabetta, che aveva toccato il fondo quella sera di gennaio, da allora è sempre risalita, sfruttando ogni situazione, non sprecando un minuto della propria vita, studiando alla luce del corridoio del carcere.

Questa rinascita dolce e ostinata diventa per Silvio Pezzotta la soddisfazione più grande.

L' intervista a Elisabetta l'ho registrata in una mattinata, sole io e lei nella sala colloqui del carcere. Ho cercato di passare con lei più tempo possibile, compatibilmente alle regole rigide della detenzione. L'ho seguita nella sua vita quotidiana che meglio delle parole la descrive oggi. La sveglia alle 6 del mattino, l'uscita dai cancelli del carcere nel buio gelido della periferia, i chilometri in bicicletta per andare al lavoro e all'università, dove ha appena portato a termine col massimo dei voti la specialistica. Il pomeriggio di permesso passato con le amiche a suonare il pianoforte e leggere libri.

Anna Bernasconi

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