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"I dipendenti non vanno spiati a loro insaputa"

I dipendenti hanno diritto al rispetto della loro vita privata sul luogo di lavoro e questo comprende anche i loro messaggi elettronici, che possono essere controllati dal datore di lavoro solo a certe condizioni. Lo ha stabilito martedì una sentenza della corte europea dei diritti umani di Strasburgo.

Questo contenuto è stato pubblicato il 05 settembre 2017 - 13:04
tvsvizzera.it/Zz con RSI (TG del 05.09.2017)
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Il caso su cui i giudici della Corte dei diritti umani si sono espressi concerneva un ingegnere rumeno, licenziato per aver utilizzato a fini personali un software di messaggistica istantanea aziendale. Le istanze giuridiche della Romania, che si erano espresse a favore del licenziamento, non avrebbero "correttamente protetto il diritto dell’interessato al rispetto della sua vita privata e della sua corrispondenza”, scrive Strasburgo.

L’utilizzo del software in questione a fini personali era contrario alle regole dell’azienda e l’uso improprio fatto dal dipendente era stato dimostrato con 45 pagine di trascrizioni delle conversazioni che l’uomo aveva avuto sull'arco di una settimana e nelle quali apparivano anche degli scambi di messaggi con il fratello e la fidanzata. 

“Le regole decise da un datore di lavoro non possono ridurre a zero sul luogo di lavoro le attività legate alla vita privata o sociale”, scrive la Corte europea, che con questa sentenza definiva rovescia quanto deciso il 12 gennaio 2016 in prima istanza. 

Secondo Strasburgo, l’impiegato avrebbe perlomeno dovuto essere informato del fatto che i suoi messaggi avrebbero potuto essere sorvegliati e fino a che punto. Le istanze giuridiche rumene, inoltre, non avrebbero effettuato verifiche sufficienti per stabilire se la sorveglianza era “giustificata da ragioni legittime” e neanche se “l’obiettivo del datore di lavoro avrebbe potuto essere raggiunto con metodi meno invasivi”.

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