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In svendita il Parco del Circeo

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Il Parco del Circeo è, oggi più che mai, un paesaggio in bilico tra mito e abusivismo e, sotto sotto, c'è anche un legame con la Svizzera e Vaduz.

Questo contenuto è stato pubblicato il 24 maggio 2021 - 09:09
Checchino Antonini e Massimo Lauria, RSI News

Ai fenici che arrivavano da Sud ricordava uno sparviero in volo, e così lo avevano chiamato. Scendendo dal Nord, invece, lascia immaginare il profilo di una donna sdraiata. Così dev’essere apparso a chi ha scritto di Ulisse e Circe. Le nostre telecamere sono salite sul Promontorio del Circeo e il nostro drone l’ha sorvolato per raccontare il rischio che un pezzo di questo ecosistema, 200 ettari, possa essere svenduto per una clamorosa speculazione edilizia. Non sarebbe la prima volta.

Il Promontorio, che si affaccia sul Tirreno a sud della Capitale, è il simbolo del più piccolo Parco nazionale, ma ricchissimo di biodiversità. È abitato fin dal Neolitico quando l’uomo di Neanderthal trovò rifugio nelle grotte e dopo di lui l’Homo Sapiens che imparò a navigare fino all’Isola di Palmarola per procurarsi l’ossidiana, un raro vetro vulcanico particolarmente adatto a costruire utensili per la caccia.

Scoperta importante

Proprio l’8 maggio sono stati ritrovati al Circeo i resti di 9 uomini del Neanderthal nella Grotta Guattari, tra i siti più importanti del paleolitico medio anche per l’incredibile numero di preziosi fossili, animali e vegetali. Nell’Ottocento gran parte di questo territorio apparteneva al banchiere James Aguet, di origine svizzera, i cui discendenti hanno ripreso, di recente, a vantare, non senza polemiche, i “livelli baronali”, diritti derivanti da una forma antica di contratto agrario.

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