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Terrorismo, si apre il processo al clan di Fatima

Maria Giulia Sergio, alias "Fatima" polizia di Stato

La giovane originaria di Torre del Greco è considerata la prima combattente italiana arruolatasi tra le file del Califfato

Questo contenuto è stato pubblicato il 21 dicembre 2015 - 16:31

Si è aperto oggi a Milano il processo a carico del clan di Maria Giulia Sergio "Fatima", la prima donna italiana partita in Siria per combattere il jihad. Undici le persone accusate di terrorismo internazionale. Cinque sono latitanti, fra loro anche la 28enne "foreign fighter" originaria di Torre del Greco e residente nel Milanese, arruolatasi oltre un anno fa fra le file dello Stato islamico.

L'udienza preliminare è cominciata stamani alle 9.30; alla sbarra anche il padre e la sorella di Fatima, Marianna Sergio. Quest'ultima, attualmente in carcere, ha chiesto di essere processata con il rito abbreviato, che consente lo sconto automatico di un terzo della pena in caso di condanna. Il dibattimento riprenderà a febbraio.

"Cosa gradita per i fratelli! Dio è grande! Due mujaheddin hanno assassinato i fumettisti, quelli che hanno offeso il Profeta dell'Islam, in Francia", scriveva la ragazza su facebook riferendosi alla strage a Parigi nella redazione di Charlie Hebdo, e poi ancora nelle intercettazione della polizia: "Quando decapitiamo qualcuno stiamo obbedendo alla sharia. Lo Stato islamico è uno Stato perfetto".

La giovane, scrivono i pubblici ministeri, era disponibile all'esecuzione di qualsiasi azione richiesta dall'organizzazione, compreso il martirio.

Diventata musulmana nel 2008 dopo aver sposato un marocchino, è partita per il Medio oriente dopo un secondo matrimonio con l'albanese Aldo Kobuzi. Insieme alla sorella Marianna ha spinto i familiari a convertirsi all'Islam più radicale e ha cercato a lungo di convincerli a partire alla volta della Siria e dell'Iraq. La loro partenza per il Califfato è però stata bloccata lo scorso luglio da un'operazione della Digos.

La madre di "Fatima", Assunta Buonfiglio, era anche lei sotto inchiesta ma è morta lo scorso mese di ottobre all'ospedale Vigevano, un giorno dopo aver ottenuto gli arresti domiciliari.

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