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La fabbrica del riciclo andata persa con il ponte Morandi

Storia della "Fabbrica del Riciclo", nata con don Andrea Gallo e sepolta sotto detriti del ponte Morandi, da cemento, auto e un TIR. E nonostante gli annunci di progetto, da parte del Comune, per far rinascere la Fabbrica, ad oggi non si vede uno sbocco concreto.

Questo contenuto è stato pubblicato il 01 marzo 2019 - 08:22
Massiamo Lauria, RSI News
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Prima un boato, poi una densa nube di fumo, avvolge la parte terminale del capannone che ospita la Fabbrica del RicicloLink esterno, luogo di stoccaggio e recupero di oggetti usati. È il 14 agosto e il ponte Morandi di Genova è letteralmente crollato dentro l'edificio. Dentro sono tutti salvi.

“In pochi secondi è andato distrutto uno dei progetti di recupero sociale, lavorativo e ambientale gestito dalla Comunità San Benedetto al PortoLink esterno, faticosamente costruito in due anni e mezzo”, spiega Domenico Chionetti, presidente della Comunità fondata nel 1970 da don Andrea GalloLink esterno, il prete di strada che tra i primi ha intuito l'importanza di un approccio proattivo nel reinserimento sociale dei tossicodipendenti e delle persone in difficoltà, in antitesi con i modelli assistenzialistici.

Nonostante gli annunci di progetto, da parte del Comune, per far rinascere la Fabbrica del Riciclo, ad oggi non si vede uno sbocco concreto. “Eppure in quel luogo abbiamo unito capacità lavorative, di recupero, di sviluppo della raccolta differenziata con la possibilità di un riuso etico e sostenibile per i più deboli”, osserva Chionetti.

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