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Procida, “la cultura non isola”

Le colorate case di Procida
Un’attenzione al mare – e quindi all’ambiente circostante – che fa di Procida la naturale portabandiera di un ambientalismo ante litteram. @MarioMessina

Una commissione del Ministero dei beni e delle attività culturali ha scelto la piccola Procida come Capitale italiana della cultura per il 2022. Una decisione del tutto inaspettata. Per la prima volta sarà un piccolo borgo, e non una città d’arte, a ospitare i più importanti eventi culturali del Paese e lo farà nell'anno della rinascita post emergenza sanitaria.

L’aliscafo che arriva poco dopo le otto all’approdo di Procida è quello che parte da Napoli e arriva a Ischia. Fino a qualche anno fa la grandissima parte dei passeggeri sarebbe scesa al capolinea. Oggi sempre più turisti scelgono la sorella minore.

Procida, la più piccola delle isole del golfo di Napoli (solo 4km2 di estensione nonostante i suoi 10mila abitanti) non si è mai lasciata stregare dal miraggio del turismo di massa. 

Capitale della cultura 2022

Procida è riuscita a imporsi su grandi e più organizzate città d’arte grazie a una fitta rete di relazioni pubbliche e private. Ma un ruolo cruciale l’ha giocato anche la millenaria tradizione marittima dell’isola. Un’attenzione al mare – e quindi all’ambiente circostante – che fa di Procida la naturale portabandiera di un ambientalismo ante litteram.

“Nel presentare il nostro dossier – spiega Titta Lubrano, assessora all’ambiente del comune di Procida – abbiamo puntato sulla gestione eco-sostenibile di tutte le attività culturali dell’evento Procida 2022. Ma non è stata affatto una forzatura, perché l’attenzione all’ambiente era un must del nostro lavoro ben prima che l’idea di candidarci a Capitale della cultura ci venisse anche solo in mente”.

Già da qualche anno, ben prima della messa al bando della plastica monouso da parte dell’Unione europea, l’amministrazione comunale procidana aveva attivato una politica di lotta all’utilizzo della plastica negli eventi pubblici e nelle mense scolastiche. E sempre nelle scuole da tempo erano state consegnate centinaia di borracce in alluminio per evitare l’acquisto di bottigliette d’acqua.

“Queste azioni hanno un valore doppio. Più che l’atto concreto ci interessa che i bambini interiorizzino l’idea che si possa vivere una vita leggera dal punto di vista ambientale. Puntare sui più piccoli ha senso, perché sono loro che meglio degli adulti capiscono l’importanza dell’attenzione all’ambiente e soprattutto perché sono quelli che poi rompono le scatole a casa sulla necessità di agire in maniera eco-sostenibile”.

Un mare da proteggere a tutti i costi

Passeggiando sulla banchina della Corricella – la lingua di terra con le iconiche case coloratissime che nascono a un metro dal mare – si capisce che sull’isola i concetti di ambiente e mare sono intercambiabili. Il mare, spiega Titta Lubrano, per i procidani è come un liquido amniotico: “Da un lato ci protegge, dall’altro ci collega al mondo esterno. Per questo motivo il mare per noi è qualcosa da proteggere a tutti i costi”.

La terra ai procidani ha sempre offerto poco. Per questo si sono rivolti in massa verso il mare. Storicamente l’economica isolana si basava su soli due mestieri: il pescatore e il marinaio. E a dimostrazione della vocazione marinaresca dell’isola c’è l’istituto nautico di Procida, il più antico d’Europa. Fondato nel 1833, da oltre un secolo forma capitani, macchinisti e diverse figure professionali legati al mondo della navigazione.

Naviganti

Ancora oggi, nonostante sull’isola molto sia cambiato, il mestiere più diffuso è “il navigante”, come lo chiamano i procidani. “Molti sono capitani di navi da crociera – spiega Pietro Parascandola, capitano di uno yacht privato – altri lavorano sulle navi mercantili e altri ancora, come me, su imbarcazioni private.

Questo significa che i procidani viaggiano molto e per questo credo siano particolarmente aperti alle differenze e alle contaminazioni”. Sta tutta qui, forse, la decisione del comitato promotore di scegliere come titolo della candidatura di Procida “La cultura non isola”.

“Trovarsi per mare per gran parte del tempo – continua Parascandola – significa anche che noi abbiamo una visione più chiara di quello che sta succedendo ai nostri oceani. Il mare è pieno di plastica. L’unica cosa che possiamo fare per salvarlo è imparare a vivere senza”.

Via la plastica dall’isola

“Bandire la plastica tout court – spiega l’assessora Lubrano – sarebbe stato un azzardo troppo grande e un atteggiamento a mio avviso sbagliato. Per questo abbiamo scelto di puntare su quei problemi la cui soluzione esiste già. Per questo il primo passo per noi sarà bandire i sacchetti in plastica”.

Un obiettivo su cui sta lavorando anche il gruppo di ricerca Oceanus che dal 2004 raccoglie dati in giro per i mari e gli oceani del mondo sulla distribuzione di mammiferi marini. Un lavoro che ha messo i ricercatori di fronte al dramma dell’abbondanza di plastica nel mare.

“Noi in navigazione – spiega Fabio Siniscalchi, fondatore e presidente di Oceanus – avvistiamo sacchetti di plastica ovunque, anche a miglia e miglia di distanza dalla terra. Da qui decidemmo di dar vita alla campagna ‘no more plastic bags’ che ha interessato diversi comuni italiani. Con Procida abbiamo deciso di fare un salto di qualità immaginando, insieme all’amministrazione, di farne la prima isola plastic-bag free”.

La scelta è caduta su Procida ben prima della designazione a capitale della cultura. “Questo perché l’isola – spiega il presidente di Oceanus – si presta particolarmente a questo tipo di progetti. Perché è piccola ma molto antropizzata; perché gli amministratori si sono resi subito disponibili a questo tipo di esperimento e poi chiaramente perché crediamo che si può lavorare meglio con persone che hanno il mare nel proprio DNA”.

Lo scorso ottobre Oceanus ha inviato a Procida le prime 3mila shopper in cotone che andranno a sostituire i sacchetti in plastica. E altre migliaia ne arriveranno nei prossimi mesi.

“Attraverso la donazione dei sacchetti di cotone – confessa Siniscalchi – noi intendiamo dare avvio a un processo culturale. E dunque è sulla campagna di sensibilizzazione che noi punteremo maggiormente. Perché inondare l’isola di sacchetti di cotone può spingere le persone a informarsi. Per questo, prima della pandemia, abbiamo deciso di consegnare le shopper non agli adulti ma ai bambini. Così che fossero loro a consegnarla ai genitori con tanto di messaggio ambientale”.

Non sempre però i genitori si sono dimostrati attenti quanto i figli. “Ma è su questo che stiamo lavorando – confessa Siniscalchi – e sono certo che l’attenzione che la designazione a Capitale della cultura sta portando all’isola e l’aiuto spontaneo e diretto dei più piccoli ci aiuterà in questo processo di rivoluzione”.

Sulla Corricella due anziani chiacchierano seduti, a dovuta distanza, su due sedie a un passo dal mare. Il silenzio è tale che pure da lontano si sentono i loro discorsi. Si parla dell’emergenza sanitaria, della stagione estiva, dei turisti e dei figli.

A uno dei due cade l’involucro di plastica di un pacco di sigarette. Un bambino – forse un nipote, forse un vicino – lo raccoglie e lo mette in tasca.

Eccola: la rivoluzione!

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