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La Tuscia contro i depositi di scorie nucleari

La provincia di Viterbo non vuole essere il deposito nazionale di scorie nucleari. tvsvizzera.it

Quando nel 1987 gli italiani furono chiamati a decidere se proseguire con l’esperienza atomica o abbandonare la produzione di energia elettrica tramite fissione nucleare, in pochi si soffermarono a pensare alle conseguenze dei 27 anni (dal 1963 al 1990) di attività delle centrali del Paese. Il nucleare fu presto lasciato alle spalle, tanto che la contrarietà al nucleare fu confermata da un secondo referendum nel 2011.

Questo contenuto è stato pubblicato il 02 gennaio 2022 - 19:00
Mario Messina

Ma di conseguenze, quell'attività, ne ha avute. Ad accorgersene per primi sono stati gli abitanti dei 67 luoghi in giro per l’Italia che a inizio gennaio 2021 trovarono il loro comune iscritto nella CNAPI, la Carta Nazionale della Aree Potenzialmente Idonee a ospitare il Deposito Nazionale di rifiuti radioattivi.

Una gigantesca struttura nella quale per 300 anni saranno stoccati i circa 50'000 metri cubi di materiale radioattivo di scarto (i rifiuti nucleari) prodotti negli scorsi decenni dalle centrali nucleari. Non solo, in quello stesso deposito saranno stoccati anche gli scarti della medicina nucleare e di attività che non hanno nulla a che fare con le centrali.

In tutto si parla di 95'000 metri cubi di rifiuti radioattivi, di cui 17'000 metri cubi “a media e alta attività” e 78'000 metri cubi “a molto bassa e bassa attività”.

Si tratta di un Deposito che avrà sistemi di sicurezza molto elevati. Sarà composto da 90 costruzioni di calcestruzzo armato che conterranno moduli di cemento all’interno dei quali saranno inseriti contenitori di metallo super resistente. Saranno questi ultimi a contenere effettivamente i rifiuti tossici in una sorta di matriosca della sicurezza nucleare che resterà sigillata per 3 secoli.

La mattina del 6 gennaio 2021 la Sogin (Società per la Gestione degli Impianti Nucleari) pubblicò l’elenco delle aree ritenute potenzialmente idonee. Queste aree furono individuate per esclusione: dopo aver determinato 28 criteri di valutazione (ad esempio, la sismicità, la vicinanza a industrie pericolose, la distanza dai centri abitati), furono esclusi tutti i territori della Penisola che non erano adatti a ospitare il Deposito Nazionale di scorie nucleari. Dal poco territorio rimasto, attraverso criteri di inclusione, sono stati individuati i 67 luoghi: otto in Piemonte, 22 nel Lazio, due in Toscana, 17 tra Puglia e Basilicata, 14 in Sardegna e quattro in Sicilia.

Inoltre questi luoghi sono stati classificati per ordine di idoneità, indicando con la sigla A1 le 23 aree potenzialmente più idonee dislocate tra le province di Torino, Alessandria e Viterbo.

La CNAPI, fanno sapere da Sogin, è soltanto un primo passo verso l’individuazione della zona che ospiterà i rifiuti radioattivi italiani. Dopo la pubblicazione a gennaio scorso della lista delle aree, infatti, l’azienda pubblica ha indetto un Seminario Nazionale diffuso.

Dal 7 settembre al 24 novembre scorsi sono stati ascoltati, durante diverse sessioni locali, i rappresentanti dei diversi portatori di interesse pubblici e privati di ognuna delle regioni coinvolte.

Con la fine dei lavori e la pubblicazione degli atti avvenuta lo scorso 15 dicembre, si è aperta una seconda fase di consultazione pubblica che durerà un mese. Entro il 14 gennaio 2022 si potranno inviare valutazioni rispetto agli atti pubblicati a metà dicembre, che saranno presi in considerazione da Sogin nel momento in cui verrà chiamata a stilare la CNAI, la Carta Nazionale delle Aree Idonee. Cioè, la rosa finale dei luoghi (non più potenzialmente, ma realmente) adatti alla costruzione del Deposito di scorie nucleari.

“Entro tre mesi dal Seminario – afferma la Sogin – la CNAI viene inviata al Ministero dello Sviluppo economico che, previo parere tecnico dell’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, di concerto con il ministero dell’Ambiente (oggi Ministero della transizione ecologica, ndr) e il Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti (oggi Ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili, ndr), la approva definitivamente”.

Con l’approvazione della CNAI e la sua successiva pubblicazione inizierà una fase in cui verrà chiesta agli enti locali che rientreranno nella Carta di inviare eventuali manifestazioni di interesse. Insomma, nei 30 giorni dopo la pubblicazione le aree ritenute idonee potranno autocandidarsi a ospitare il Deposito Nazionale. Se nessuno si farà avanti, sarà il governo a dover decidere.

La situazione in Svizzera

La Svizzera sta vivendo lo stesso problema. ovvero quello di identificare il luogo perfetto per depositare le scorie nucleari radioattive. Ancora oggi, ogni giorno in Svizzera vengono prodotte scorie radioattive. Provengono in gran parte dall’attività di produzione di energia elettrica delle quattro centrali nucleari. Perché non costituiscano più un pericolo per le persone e l'ambiente, queste scorie devono essere conservate per decine di millenni o, a seconda della loro categoria, addirittura per un milione di anni. Attualmente le scorie sono depositate in capannoni in superficie, situati presso le centrali nucleari e in due depositi intermedi centrali nel Cantone di Argovia. Questo metodo di stoccaggio non può garantire la sicurezza a lunghissimo termine. Per questo motivo è necessaria una soluzione duratura, ovvero un deposito in strati geologici profondi. 

A tale scopo dal 2008 è in corso la procedura di selezione di siti. La scelta del deposito nucleare avrà luogo entro il 2031. In una prima fase sono state scelte sei aree di ubicazione proposte dalla Nagra (la società incaricata di smaltire i rifiuti nucleari), ovvero Giura Orientale, Giura Sud, Lägern Nord, Südranden, Wellenberg e Zurigo Nordest. Attualmente si stanno esaminando ulteriormente i siti Giura ­Orientale, Lägern Nord e Zurigo Nordest.

Fino al 2029 si prevedono trivellazioni in profondità per trovare il luogo idoneo dove depositare in modo definivo le scorie radioattive. La scelta finale spetta al Consiglio federale.

In seguito, occorre l’approvazione del Parlamento, seguita eventualmente da una votazione popolare (tra il 2030 e il 2031). Seguiranno, dal 2032 al 2044, indagini geologiche nel sottosuolo. La realizzazione dei depositi inizierà nel 2045 e la sua messa in esercizio, ovvero l’avvio delle operazioni di immagazzinamento, è prevista per il 2050. Dopo una fase di osservazione, che durerà fino al 2115 ,si passerà alla chiusura completa del deposito entro il 2118.

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Al momento, nessuna delle 67 aree attualmente presenti nella CNAPI (e dunque entro le quali verranno scelte le aree definitivamente idonee) si è detta favorevole alla presenza sul proprio territorio del Deposito Nazionale.

Non è detto, però, che qualcuno possa cambiare idea. In ballo c’è un investimento di 900 milioni di euro che porterà una infrastruttura enorme (alla quale sarà affiancato un Parco tecnologico in cui verrà fatta Ricerca e Sviluppo) che produrrà centinaia di posti di lavoro diretti e migliaia con l’indotto.

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