La piana del Fucino senza braccia Italiani in fila per un posto nei campi

Di Enrico Marra

La pandemia morde l’economia in Abruzzo e contemporaneamente l’agricoltura ha bisogno di braccia in mancanza degli stagionali stranieri. Lo stato di necessità sta portando molti abruzzesi a tornare nei campi riscoprendo un mestiere antico, abbandonato, che potrebbe tornare ad essere un'ancora di salvezza.

giovane con mascherina

Antonio, infermiere di formazione, è uno dei giovani abruzzesi tornato nei campi per guadagnare qualche soldo in questo periodo di crisi.

tvsvizzera

La piana del Fucino, la conca dell’omonimo lago prosciugato grazie a un’imponente opera idraulica iniziata dai romani e conclusa a metà dell’800 è interamente coltivata. Un vastissimo orto in campo aperto che tradizionalmente nel periodo estivo sopperisce a buona parte del fabbisogno della grande distribuzione di verdure a foglia, ortaggi e patate su scala nazionale, soprattutto nel centro Italia e particolarmente nella Capitale.

La stagione è nel pieno produttivo tra raccolti e trapianti. Il tempo stringe e i prodotti maturi non possono attendere la riapertura delle frontiere. Mancano circa 8'000 tra braccianti e operai stagionali stranieri e gli imprenditori agricoli già danneggiati dalla inattività dei ristoratori che ha provocato il mancato raccolto di diverse colture, stanno organizzando voli charter da Casablanca per far rientrare in anticipo i primi braccianti e salvare il salvabile. Un piano a carico dei produttori agricoli stimato in 200'000 euro che ha già consentito di riportare al Fucino qualche decina di braccianti che attualmente sono in quarantena domiciliare e in questi giorni saranno sottoposti al tampone per poter iniziare a lavorare.

Intanto nei campi i braccianti sono pochi e i molti disoccupati della regione che si sono offerti per un impiego si stanno scontrando con le difficoltà di un mestiere pesante per cui hanno bisogno di essere formati, al contrario degli impiegati stagionali che tornando ogni anno ad occupare lo stesso posto nelle medesime aziende, conoscono alla perfezione le varie fasi produttive e i vari ruoli.

Il ritorno degli abruzzesi nei campi agricoli del Fucino può dimostrarsi comunque un aspetto utile e positivo nella drammaticità della pandemia. Un interessante laboratorio per riscoprire la concretezza di un lavoro antico messo da parte magari inavvertitamente dalla modernità e rispolverato solo per stretta necessità. Ma se di ritorno alla terra si tratterà non potrà dirsi compiuto in una stagione che peraltro si trova già nel mezzo del guado. Restano pochi mesi utili per recuperare gli investimenti fatti lo scorso inverno prima dello scoppio della pandemia, poi il gran freddo darà fine alla stagione e molto è già andato perduto.


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