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L’orfanotrofio delle figlie di emigranti italiani in Svizzera

I lavoratori e le lavoratrici stagionali non avevano il diritto di portare i loro figli nella Confederazione. Molti li affidavano alla famiglia in Italia, ma chi non aveva la possibilità optava per degli istituti come quello di Chiusa Sclafani, in provincia di Palermo.

Le emigrazioni dall’Italia alla Svizzera hanno storicamente generato una forte connessione tra i due Paesi. Un legame nutritosi nel tempo di speranza, di sacrificio, di sofferenza, di gioie e di un perenne altalenarsi di stati umorali e sociali sia per chi è emigrato sia per chi ha accolto.

Le storie di emigrazione dal Belpaese verso la terra promessa, quella elvetica, sono profonde, speciali e sono spesso esempi unici di umanità.

Abbiamo raccontato le storie dei figli di immigrati costretti a vivere nascosti e quelle coraggiose di chi ha dato vita a delle scuole clandestine in Svizzera per bambini italiani. Oggi parliamo di un’altra storia connessa a quelle precedenti.

È la storia dell’ex convento dei padri Olivetani di Chiusa Sclafani, in provincia di Palermo, che lo scorso secolo, intorno agli anni ’60, ha ospitato un orfanotrofio femminile nel quale venivano “depositate” le bimbe e le adolescenti, figlie di genitori costretti a emigrare in Svizzera per necessità e impossibilitati a portarle con loro. Lo statuto di stagionale non permetteva infatti il ricongiungimento familiare.

Un luogo in cui il tempo sembra essersi fermato.

Le bimbe, dai 2 ai 25 anni, provenivano da vari paesini della provincia di Palermo. Erano prese in cura dalle suore eucaristiche di San Vincenzo Pallotti che pensavano a farle studiare, a garantire loro una vita dignitosa e a cercare di colmare la carenza d’affetto familiare attraverso il gioco e l’integrazione con i coetani e i nuclei familiari di Chiusa Sclafani.

All’interno dell’ex orfanotrofio, in pochi minuti, entrando nelle stanze della struttura, si ha la sensazione di fare un balzo indietro nella storia. I lettini, i vestiti, le bambole, i pupazzi, le scarpette, gli abiti da cerimonia e quelli di carnevale, i giochi: è tutto lì! Gli orologi della vita sono fermi!

Come in un gioco beffardo, la memoria ci costringe a riassaporare le sensazioni di abbandono forzato e quelle derivanti dal bisogno. Quelle stanze sembrano avere produrre ancora vita e quasi si sentono le corse per i corridoi, le risate, le urla e i pianti delle bimbe private dei loro cari.

I racconti di chi ha vissuto quell’epoca arricchiscono di emozione e di aneddoti la narrazione facendo ergere quelle bimbe a personalità forti e serene per destino. Buona parte delle famiglie di quella parte di Sicilia emigrarono verso il Canton Ticino e Zurigo. Se in possibilità economica, rientravano in Sicilia nel periodo estivo, durante il quale riabbracciavano le bambine per un paio di settimane prima lasciarle nuovamente in orfanotrofio, con enorme strazio e forti magoni.

Sono luoghi della memoria che servono a non dimenticare la Storia.

Ci vengono in mente i corsi e ricorsi storici di Vico. Perché, oggi, quella storia di emigrazione in Svizzera dall’Italia, è ancora di attualità.

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