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Ilva, il no svizzero al rientro dei fondi è "una doccia fredda"

Lo stabilimento Ilva di Taranto ansa

Il presidente di Legambiente Taranto Franco Lunetta stigmatizza la mancanza di un piano industriale per lo stabilimento di Taranto

Questo contenuto è stato pubblicato il 25 novembre 2015 - 10:28

"L'ultima decisione della magistratura svizzera è l'ennesima doccia fredda nella vicenda Ilva e apre scenari drammaticamente imprevedibili in merito alla possibilità che lo stabilimento siderurgico di Taranto possa essere effettivamente reso compatibile con l'ambiente e la salute dei tarantini oltre che per la sua stessa sopravvivenza". Lo sottolinea Franco Lunetta, presidente di Legambiente Taranto, dopo il no del Tribunale penale federale di Bellinzona al rientro in Italia di circa un miliardo di fondi sequestrati alla famiglia Riva, azionisti con il 90% ma espropriati dal decreto di commissariamento straordinario varato dal Governo.

Lunetta stigmatizza inoltre la "mancanza di una strategia e l'assenza di un piano industriale per la società". "Sarebbe intollerabile – aggiunge – mantenere fittiziamente in vita gli impianti senza attuare immediatamente le prescrizioni dell'Aia e tutti gli interventi tesi a minimizzarne l'impatto ambientale e sulla salute".

Secondo i giudici elvetici, il rientro in patria del capitale, così come richiesto dalla procura di Milano che indaga su un presunto caso di evasione fiscale, costituirebbe "un'espropriazione senza giudizio penale". L'origine fraudolenta del denaro, spiega la Corte, è probabile, ma attualmente non provata e la richiesta italiana è compromessa da vizi di forma.

ANSA/ludoC

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