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Criminalità organizzata 5'000 ristoranti italiani in mano alle mafie

In Italia e all'estero (anche in Svizzera) l'"appetito" della mafie per il redditizio settore agroalimentare sembra insaziabile. Il fenomeno è però contrastato da efficaci iniziative, come quella del ristorante "I Carbonari" di Roma. 

La ristorazione che dice "no" alle mafie

In Italia è “allarme ristoranti” ma non riguarda il cibo, almeno non direttamente. Una maxioperazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, arrivata alle cronache nei mesi scorsi, ha censito oltre cinquemila locali della ristorazione made in Italy nelle mani della criminalità organizzata. 

Dal Cafè de Paris di Roma, nella via Veneto della “Dolce vita”, strappato alla ’ndrangheta nel 2009. Per arrivare ai sigilli scattati negli ultimi mesi, sempre a Roma, al Varsi Bistrot in via della Conciliazione; al Frankie’s Grill in via Veneto; all’Augustea in viale Trastevere; alla Scuderia e alla Piazzetta del Quirinale. Ma anche il Donna Sophia dal 1931 di Milano e la Villa delle Ninfe di Pozzuoli, in provincia di Napoli e la lista prosegue sconfinando anche all’estero.  

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Questo contenuto è stato pubblicato il 10 gennaio 2018 19.37

Recenti indagini hanno portato al blocco di diverse attività in Germania, riconducibili alle mafie. Dalla stessa inchiesta sono anche emerse delle ramificazioni anche in Svizzera (vedi articolo a lato), dove resta alta l’allerta contro il rischio di cibo contraffatto, il cosiddetto cibo “italian sounding”. Non sicuro anche da un punto di vista sanitario.

Negli ultimi anni, infatti, le attività illecite e mafiose si sono ramificate in tutta la filiera dell’agroalimentare: dal trasporto dei prodotti agricoli verso i centri agroalimentari, alla gestione di attività di trasformazione di prodotti o alle attività della distribuzione. 

L’“appetito” delle mafie per il redditizio mercato agroalimentare italiano non è una novità. Dall’olio extra vergine di oliva del re de latitanti Matteo Messina Denaro, alle mozzarelle di bufala del figlio di Sandokan del clan dei Casalesi. Al controllo del commercio ortofrutticolo da parte della famiglia di Totò Riina.
Attività regolari utilizzate dai clan per riciclare il denaro di provenienza illecita. Modalità che la mafia utilizza per infiltrarsi in tutti i settori trainanti dell’economia, compromettendone, non solo l’immagine, ma anche qualità, affidabilità e prestigio.

Un mercato illecito da 21,8 miliardi

La Coldiretti, associazione di rappresentanza e assistenza dell'agricoltura italiana, rincara la dose con l’ultimo rapporto sui crimini perpetrati nel settore agroalimentare. Un grande mercato illecito che ammonta a 21,8 miliardi di euro. Cresciuto del trenta percento nell’ultimo anno. Un fenomeno preoccupante che rischia di inquinare il mercato legale, compromettendo anche la sicurezza dei prodotti italiani.

Le frodi nel settore agroalimentare non sono un tema esclusivamente italiano, è un problema diffuso in molti paesi, sia in Europa che nel resto mondo. In Italia, inoltre, gli strumenti di contrasto sono ingenti, come testimonia questa ultima maxioperazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro. Polizia, carabinieri, guardia di finanza, sotto la regia della Dia, la Direzione investigativa antimafia, nel solo 2016, hanno effettuato oltre 200 mila controlli, strappando cinquemila attività dalle mani della criminalità organizzata. 

Al fenomeno mafioso rispondono efficaci anticorpi. Le aziende confiscate alle mafie vengono poi rilanciate nel mercato legale con valide iniziative imprenditoriali ed anche sociali, diventando realtà fiorenti e competitive. Il Tribunale di Roma gestisce un gran numero di attività recuperate alle mafie ed affidate a privati, organizzazioni no profit o agli stessi impiegati dell’attività sequestrata. In totale questi esercizi commerciali impiegano circa 3 mila dipendenti, come un grosso stabilimento Fiat del Sud Italia.

Il doppio valore simbolico del ristorante “I Carbonari”

A guidare il ristorante, da giugno scorso, sono gli studenti dell’Istituto Alberghiero di Tor Carbone. Prima si chiamava “Rosticchio” e apparteneva alla ’ndrangheta, ora, giocando un po’ sul nome della scuola e sulla «carbonara» il tipico piatto romanesco, il ristorante rinasce come «I carbonari».

Per iniziativa della preside dell’Istituto, questa piccola attività nella movida del quartiere Trastevere, assume un doppio valore simbolico. Strappata delle mani di una delle più potenti organizzazioni mafiose del mondo diventa un luogo di legalità, in primis, ma anche di educazione e formazione. A turno gli studenti fanno pratica nel ristorante con un programma di “alternanza studio-lavoro”.

Si confrontano con il mestiere che andranno a fare, rimpolpando il curriculum e toccando anche con mano, in concreto, il tema della legalità. Legalità a partire dalle mura del locale, dalla scelta delle materie prime, fino alla cura nella realizzazione dei piatti. L’attività è una cooperativa. Il presidente Luca Russo, ex studente dell’Istituto, ha il ruolo di tutor per l’avvicendamento e la gestione dei ruoli.

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